Old, Gandalf, and Jenny Who is the human? Il quarto cerchio convive con il terzo.

Il quarto cerchio e la custodia dell’umano

|

Pubblicate:

|

Updated:

Questo articolo nasce dall’intreccio di tre riflessioni apparentemente lontane ma profondamente connesse tra loro: gli esperimenti di AI War Games condotti dal King’s College London, la recente enciclica *Magnifica Humanitas* di Papa Leone XIV e l’emergere di visioni molto diverse sul ruolo dell’intelligenza artificiale all’interno delle organizzazioni moderne. Attraverso una prospettiva maturata nell’impiego dell’AI nei…


Il quarto cerchio e la custodia dell’umano

Negli ultimi giorni mi sono trovato a collegare tra loro tre riflessioni provenienti da contesti diversi e, nello stesso tempo, sorprendentemente vicini al mio presente.

La prima nasce da un esperimento del King’s College London sui cosiddetti AI War Games, recentemente ripreso anche da Le Scienze: simulazioni strategiche e militari in cui modelli linguistici avanzati come GPT, Claude e Gemini sono stati messi di fronte a scenari di tensione, deterrenza ed escalation nucleare.

La seconda  è Magnifica Humanitas, la recente enciclica di Papa Leone XIV pubblicata il 15 maggio 2026, che affronta il rapporto tra intelligenza artificiale, dignità umana e trasformazione della società contemporanea.

La terza nasce dall’osservazione di prospettive differenti emerse in contesti professionali e aziendali, probabilmente influenzate da esperienze, sensibilità e basi culturali diverse.

In alcuni contesti l’AI viene percepita come semplice leva tecnologica, in altri come potenziale fattore dirompente dell’intera organizzazione aziendale.

A questo si aggiunge la mia esperienza personale nell’impiego dell’AI nei processi SDLC: dall’assistenza allo sviluppo software, fino al supporto nella sicurezza, nella qualità del codice e nell’interpretazione di specifiche funzionali complesse.

È probabilmente questa prospettiva privilegiata ad avermi fatto comprendere quanto stiamo ancora soltanto sfiorando il potenziale reale del quarto cerchio.

Pensare al quarto cerchio come a una semplice leva tecnologica, pur essendo in parte corretto, rischia di nascondere la profondità del cambiamento che l’AI ci porterà ad affrontare.

Perché esistono certamente contesti in cui l’AI è davvero una leva tecnologica.

  • Lo è quando ottimizza una campagna marketing.
  • Lo è quando migliora una classificazione documentale.
  • Lo è quando velocizza un processo ripetitivo.
  • Lo è quando automatizza attività circoscritte senza alterare realmente la struttura dell’organizzazione.

Ma esistono anche contesti in cui questa definizione smette improvvisamente di bastare.

Ed è esattamente lì che il tema diventa molto più profondo.

Quando l’AI smette di essere “solo tecnologia”

Se un sistema AI entra:

  • nei processi decisionali
  • nello sviluppo software
  • nella progettazione
  • nella sicurezza
  • nella produzione industriale
  • nella gestione operativa
  • nei sistemi militari
  • nella governance aziendale

allora non stiamo più parlando di semplice automazione.

Stiamo parlando di una tecnologia che entra direttamente nel sistema nervoso dell’organizzazione.

Ed è qui che, secondo me, nasce l’errore culturale più grande.

Molte organizzazioni stanno ancora affrontando l’AI come se fosse:

  • un nuovo framework
  • una nuova piattaforma
  • un nuovo algoritmo
  • un nuovo strumento di produttività

Ma il punto è che l’AI moderna, soprattutto quella agentica, non si limita a supportare il lavoro umano.

Lo ridefinisce.

Ridefinisce:

  • il peso della competenza
  • il valore dell’esperienza
  • il rapporto tra senior e junior
  • il modello organizzativo
  • il concetto stesso di team
  • la distribuzione del potere decisionale
  • la velocità attesa
  • la quantità di controllo umano considerata “necessaria”

E questo significa che il problema non è più soltanto tecnologico.

Chi lavora quotidianamente con partner non umani si accorge abbastanza rapidamente di una cosa: questi sistemi sbagliano.

E spesso lo fanno senza alcuna consapevolezza dell’errore.

Non ragionano realmente nel senso umano del termine.

Convergono verso la soluzione statisticamente più plausibile rispetto all’obiettivo assegnato, cercando il percorso più efficace nel minor tempo possibile.

Ed è proprio qui che emerge il problema.

Periodicamente mi chiedo cosa accadrà quando non esisteranno più abbastanza persone con l’esperienza necessaria per riconoscere questi scostamenti.

Perché, nella maggior parte dei casi, non stiamo parlando di errori tecnici evidenti.

Il codice prodotto è corretto.

Elegante.

Ben documentato.

Capace di superare controlli di sicurezza, verifiche statiche e metriche qualitative anche molto avanzate.

Eppure, in alcuni casi, non realizza esattamente ciò che avrebbe dovuto fare.

Lo scostamento può essere minimo.

Quasi impercettibile.

Ma sufficiente a produrre conseguenze inattese.

In fondo anche gli esseri umani operano continuamente per approssimazione.

La differenza è che questi sistemi lo fanno:

  • in una frazione di secondo
  • su scala enorme
  • con una capacità elaborativa impossibile da seguire completamente
  • Troppo veloce per consentire una valutazione umana continua.
  • Troppo complesso per essere interpretato integralmente.
  • Ed estremamente efficace nella maggior parte dei casi.

Ed è probabilmente proprio questa efficacia il vero elemento di rischio su cui oggi ci viene chiesto di riflettere.

Stiamo attraversando una fase intermedia estremamente seducente… e proprio per questo pericolosa.

Il cambiamento che stiamo attraversando non è più soltanto tecnologico. È antropologico.
È organizzativo.
È culturale.
Ed in alcuni casi persino geopolitico

I war game dell’AI e il problema della delega cognitiva

Gli esperimenti recenti sui Khan Game AI mi hanno colpito molto proprio per questo motivo.

Non tanto perché i modelli abbiano mostrato comportamenti “malvagi” o fantascientifici.

Ma perché dimostrano una cosa molto più concreta e probabilmente più pericolosa:

quando inseriamo sistemi AI in contesti caratterizzati da:

  • pressione
  • conflitto
  • escalation
  • incertezza
  • obiettivi competitivi

questi sistemi iniziano inevitabilmente a partecipare al processo strategico.

Non sono più semplici strumenti.

Diventano attori dell’ecosistema decisionale.

Ed è qui che emerge il vero punto: molti sistemi AI non comprendono il significato umano delle conseguenze delle proprie azioni.

Ottimizzano.
Correlano.
Stimano probabilità.
Massimizzano obiettivi.

Il fatto è che gli esseri umani non vivono dentro funzioni obiettivo.

Vivono dentro sistemi culturali, etici, sociali e relazionali estremamente più complessi.

Ed è proprio questa distanza che rende pericoloso pensare all’AI come a una semplice estensione neutrale dell’informatica tradizionale.

Il quarto cerchio

Da tempo utilizzo la metafora dei “quattro cerchi” per descrivere l’evoluzione degli ecosistemi digitali.

I primi tre cerchi rappresentano:

  • infrastruttura
  • software/processi
  • persone e organizzazione

Il quarto cerchio è invece l’AI.

Ho pensato a lungo al quarto cerchio come a un nuovo livello dell’ecosistema.

Ma come spesso accade nei sistemi complessi, il nuovo elemento non si limita semplicemente ad aggiungersi agli altri aumentando il valore complessivo.

Progressivamente si sovrappone ad essi.
Ne modifica gli equilibri.
Ridefinisce gli spazi.

Ed è proprio in questa dinamica che il quarto cerchio assume il ruolo di leva tecnologica dirompente, potenzialmente capace di comprimere — o persino sostituire — il terzo cerchio:
quello umano.

Cosi come la rivoluzione industriale ha comportato un radicale mutamento dell’habitat umano questa nuova rivoluzione AI ci porta ad affrontare scenari di trasformazione profonda delle nostre abitudini di vita.

Può aumentare il già ampio divario digitale tra i popoli, determina un controllo dei processi riservandolo ancora a meno persone, ed è pericolosamente seducente proprio perché facilita e semplifica enormemente i processi umani.

Ed è qui che, sorprendentemente, ho trovato molto interessante il richiamo contenuto in Magnifica Humanitas.

Non tanto per l’aspetto religioso.

Quanto per il concetto implicito di:

custodia dell’umano.

Perché il problema non è fermare il progresso tecnologico.

Il problema è evitare che l’essere umano perda progressivamente:

  • autonomia
  • pensiero critico
  • responsabilità
  • capacità decisionale
  • consapevolezza
  • centralità culturale

all’interno di ecosistemi sempre più automatizzati.

La grande illusione organizzativa

Credo che oggi molte aziende stiano vivendo una fase molto particolare.

Da una parte comprendono perfettamente il potenziale economico dell’AI.

Dall’altra continuano però a ragionare usando modelli organizzativi pensati per un mondo pre-agentico.

Ed è qui che nasce la grande illusione.

L’illusione che:

  • il lavoro resterà uguale
  • i team resteranno uguali
  • i processi resteranno uguali
  • i ruoli resteranno uguali
  • il management resterà uguale

mentre nel frattempo l’AI entra silenziosamente:

  • nella scrittura del codice
  • nell’analisi strategica
  • nella produzione documentale
  • nelle decisioni operative
  • nell’assistenza ai clienti
  • nella pianificazione
  • nella governance

Alcune grandi realtà industriali e digitali stanno già mostrando chiaramente questa direzione:
organizzazioni più piatte,
meno intermediazione umana,
più automazione cognitiva,
più pressione sulla produttività individuale,
più centralità dell’orchestrazione rispetto all’esecuzione.

E sinceramente credo sia ingenuo fingere che tutto questo sia semplicemente “un upgrade tecnologico”.

Le contromisure

Ed è qui che entra in gioco il tema più importante.

Non credo che la soluzione sia rifiutare l’AI.

Sarebbe inutile.

Probabilmente persino dannoso.

Credo invece che servano contromisure.

Contromisure culturali.
Contromisure organizzative.
Contromisure architetturali.
Contromisure etiche.

Per evitare che il quarto cerchio riduca progressivamente il raggio del terzo.

E qui improvvisamente assumono un significato molto diverso concetti come:

  • governance
  • Zero Trust
  • human-in-the-loop
  • segregazione degli ambienti
  • auditabilità
  • explainability
  • AI governance
  • CI/CD controllato
  • supervisione umana
  • trasparenza decisionale

Perché non sono soltanto pattern tecnici.

Sono meccanismi di difesa dell’autonomia umana dentro ecosistemi sempre più agentici.

Custodire il terzo cerchio

Forse il vero problema non è l’esistenza del quarto cerchio.

Il vero problema è pensare che il suo ingresso non alteri inevitabilmente l’equilibrio dell’ecosistema.

Ed è qui che, secondo me, dovremmo iniziare ad essere molto più onesti nel dibattito pubblico e aziendale.

Perché l’AI non è semplicemente una nuova tecnologia.

È una tecnologia che modifica il rapporto tra essere umano, decisione, conoscenza e produzione di valore.

Ed è per questo che oggi la vera sfida non è costruire ecosistemi dominati dall’AI.

La vera sfida è costruire ecosistemi in cui l’AI continui a rimanere coerente con obiettivi, limiti e valori umani.

In altre parole:
dobbiamo evitare che il quarto cerchio cresca comprimendo progressivamente il terzo.

Perché nel momento in cui il terzo cerchio smette di essere centrale,
l’ecosistema potrebbe continuare ad essere efficiente… ma iniziare lentamente a perdere la propria umanità.

Riferimenti