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Explorations

Insights, journeys, and discoveries across cloud-native and AI ecosystems.
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  • Il quarto cerchio in produzione

    Il quarto cerchio in produzione

    Misurare costo, qualità e maturità dell’AI nel SDLC, il ciclo di vita del software

    Quattordici dimensioni per leggere lo stesso fenomeno con occhi diversi: dal professionista che orchestra agenti al manager che governa un ecosistema di intelligenze, passando per chi resta sulla soglia e non vuole entrare.


    Questo articolo nasce da un anno di lavoro sul campo e tre mesi di rilettura sistematica della letteratura. È diviso in tredici sezioni, raggruppate in quattro movimenti.

    Il primo movimento (sezioni 1–3) racconta perché il vecchio metro non basta più e introduce la mappa delle quattordici dimensioni organizzate in tre piani — assi verticali misurabili del sistema (costo, qualità, sicurezza, debito, osservabilità), assi normativi e umani governati (compliance, etica, cultura, sovranità, adozione effettiva), lenti di lettura di prospettiva (ruoli, programmatore del futuro, maturità complessiva) — più uno scenario di destinazione trasversale (Agentic DevSecOps).

    Il secondo movimento (sezioni 4–7) entra nelle dimensioni più dense: il costo come workflow e non come licenza; il triangolo qualità-sicurezza-debito con i dati 2025–2026 che lo confermano; l’effetto forbice tra senior che restano fuori dal cerchio e entusiasti che vi entrano senza mappa, con la mappa delle sei posture che ne deriva; e i tre assi che decidono se vinciamo o se ci nascondiamo — compliance, sovranità, cultura — con le scadenze EU AI Act aggiornate al post-Omnibus.

    Il terzo movimento (sezioni 8–10) cambia angolo e ragiona sulle persone: la stessa mappa letta da quattro ruoli diversi, l’evoluzione del professionista del software del futuro, e la scala di maturità L0–L5 con il sotto-radar di autonomia agentica L5.0→L5.5 e la mappatura cross-framework verso Gartner, MIT CISR, ELEKS, AgID.

    Il quarto movimento (sezioni 11–13) chiude lo sguardo: lo scenario di destinazione del team di agenti che fa DevSecOps in modo agile, la visione olistica che lega cerchio, sfera e n-sfera, e cosa porto via da tutto questo. Ogni sezione include un riquadro “Cosa dice il mercato” con riferimenti puntuali e datati; in fondo trovi l’elenco unificato delle quarantadue fonti citate. È un articolo lungo, ma è scritto per essere letto in più giri — la prima volta in cerca della mappa, le successive in cerca della propria posizione dentro la mappa.

    Un cerchio che oggi fattura

    Un anno fa, su queste pagine, ho aggiunto un cerchio. Era una scelta che, mentre la facevo, mi sembrava più narrativa che tecnica: i tre cerchi di Ecosistemi cloud native — persone, processi, tecnologie — non bastavano più, e ne serviva un quarto per ospitare quello che stava entrando dalla porta dei nostri team senza chiedere permesso. Lo chiamai il Quarto Cerchio, e nei mesi successivi ho provato a raccontarlo nei tre Ambassador, poi nell’Ouverture sull’Atto III e infine nel pezzo sulla custodia dell’umano che ha chiuso una stagione e ne ha aperta un’altra.

    Quel cerchio, oggi, fattura. Consuma token. Apre pull request. Sbaglia, qualche volta in modo costoso. Apprende, qualche volta in modo sorprendente. Ha un budget, un proprietario, un audit log. Ha persino una sua governance normativa: l’EU AI Act è in piena fase attuativa (dopo l’Omnibus politico del 7 maggio 2026 le scadenze per i sistemi high-risk sono fissate al 2 dicembre 2027 per l’Annex III e al 2 agosto 2028 per l’Annex I, mentre le pratiche proibite sono già pienamente esigibili) [1]; ISO/IEC 42001 è certificabile e diventa l’operazionalizzazione dell’AI Act [2]; AgID ha pubblicato linee guida con tanto di livelli di autonomia agentica [3]. Quello che dodici mesi fa era una linea sul piano oggi è diventato un oggetto pieno, con un dentro e un fuori, e con un peso che si sente quando lo si solleva.

    Questo articolo nasce da una domanda che mi sono fatto ad alta voce mentre lavoravo a un assessment di costi, e che poi ho continuato a sentire mentre rileggevo il libro vecchio: come si misura il valore di un compagno di lavoro che non dorme, non si stanca, ma costa per ogni parola che scrive — e che funziona molto diversamente a seconda di chi lo usa? È una domanda apparentemente di FinOps, ma sotto c’è un’altra cosa, più larga: come si guarda un Quarto Cerchio che è diventato vivente, e che si comporta diversamente con persone diverse?

    La risposta in cui mi sono imbattuto non è una formula. È una mappa. Una mappa con quattordici dimensioni, una scala di maturità a sei gradini, un orizzonte — quello del team di agenti che fanno DevSecOps insieme a noi — che non è più un’ipotesi accademica, e una piega umana che il mercato sta ancora cercando di nominare: ciò che succede quando i professionisti più esperti si tengono fuori dal cerchio, e i più entusiasti vi entrano senza mappa.

    Questo articolo è quella mappa. Il libro che sto scrivendo, dedicato interamente al Quarto Cerchio, sarà il viaggio dentro quella mappa.

    Perché il vecchio metro non basta più

    Per quindici anni il modo in cui abbiamo misurato la tecnologia nel ciclo di vita del software è stato relativamente semplice: licenze, server, persone. Si comprava una licenza per professionista, si stimava il consumo di infrastruttura, si calcolava la velocità del team. Il TCO era una somma quasi lineare di voci ben note.

    Il Quarto Cerchio rompe questo metro per quattro ragioni che, prese insieme, lo rendono inservibile.

    La prima è che il costo è diventato variabile in modo profondo. Non variabile come lo era il cloud, dove la variabilità riguardava la capacità — più CPU, più storage, più rete. Variabile come lo è il linguaggio: ogni frase costa, ogni contesto inviato costa, ogni risposta generata costa, ogni riflessione tra agenti costa. Il prezzo non si misura più in seat ma in workflow, e due professionisti con la stessa licenza possono produrre, nello stesso mese, conti dieci volte diversi.

    La seconda è che la qualità ha smesso di essere un controllo a valle. Quando il codice lo scriveva una persona, la qualità era un check che avveniva alla pull request. Quando il codice lo scrive — o lo co-scrive — un’AI, la qualità entra nel processo stesso di generazione: dipende dal prompt, dal modello scelto, dal contesto disponibile, dal momento storico in cui si lavora. Studi recenti convergono su una fascia preoccupante: lo studio Veracode 2025 segnala che circa il 45% del codice AI-generated introduce vulnerabilità OWASP Top 10 [4]; il benchmark indipendente AppSec Santa 2026 su 522 sample di sei LLM porta il dato medio al 25,7% [5]. La forchetta è ampia, ma il messaggio è univoco: la qualità è diventata un asse di misurazione continuo, non un cancello binario.

    La terza è che il rischio è entrato in una dimensione normativa nuova. Tra AI Act, NIS2, ISO 27001:2024 estesa con i controlli AI, ISO/IEC 42001 e linee guida AgID, il software non è più solo un prodotto che fa cose: è un soggetto che deve essere rendicontabile. Chi ha generato questa funzione? Quale modello? Con quale prompt? Con quale livello di intervento umano? Senza tracciabilità, niente compliance. Senza compliance, niente produzione.

    La quarta — e qui voglio dare un nome a una cosa che ho visto crescere mese dopo mese nei team con cui lavoro — è che l’adozione non è uniforme. Lo stesso strumento, nello stesso team, viene rifiutato da una parte dei senior e abbracciato senza criterio da una parte dei junior. Il risultato è una velocità apparente che nasconde un debito reale, e una qualità a macchia di leopardo che le metriche di sistema non vedono. Su questo torno tra qualche sezione: è la dimensione più viva di tutta la mappa.

    Per misurare il Quarto Cerchio serve, allora, un metro nuovo. Non un metro singolo. Un metro che sa di essere a più assi, e che non si vergogna di esserlo.

    La mappa: quattordici dimensioni in tre piani

    Per non perdersi nella complessità ho organizzato le dimensioni che il mercato sta mettendo a fuoco — incrociate con quelle che noi stiamo già usando nei nostri assessment interni — in tre piani. È una scelta deliberata: non tutte le dimensioni hanno la stessa natura, e trattarle come se fossero omogenee sarebbe il primo errore di metodo.

    Il primo piano raccoglie gli assi verticali: sono proprietà misurabili del sistema. Il costo, la qualità, la sicurezza, il debito tecnico, l’osservabilità. Sono cose che si quantificano, si monitorano, si confrontano nel tempo. Hanno KPI nativi.

    Il secondo piano raccoglie gli assi normativi e umani: sono proprietà governate del sistema. La compliance, l’etica con il suo presidio umano, la cultura aziendale, la sovranità tecnologica, e — la nuova arrivata — l’adozione effettiva, che è la dimensione più umana di tutte. Non si misurano con un contatore: si presidiano con policy, evidenze, processi, conversazioni vere.

    Il terzo piano raccoglie le lenti di lettura: non sono proprietà del sistema, sono modi di guardarlo. Il ruolo di chi legge l’analisi (responsabile di area, di prodotto, di progetto, professionista del software), l’evoluzione del professionista stesso, la maturità complessiva come fotografia integrata di tutto.

    Sopra a questi tre piani cammina un orizzonte trasversale: lo scenario architetturale del team di agenti che fa DevSecOps in modo agile.

    #DimensionePianoA chi parla per primo
    1Costo del processo (non del consumo)A — verticaleCFO, FinOps, project manager
    2Qualità dell’impiego degli assistenti AIA — verticaletech lead, QA manager
    3Sicurezza del codice AI-generatedA — verticaleCISO, security architect
    4Debito tecnico longitudinaleA — verticalearchitetto, CTO
    5Osservabilità degli agenti (AgentOps)A — verticaleDevOps lead, SRE
    6Compliance e governance regolatoriaB — normativocompliance officer, DPO
    7Etica e human-in-the-loopB — normativoleadership
    8Cultura, change management, AI literacyB — umanoHR, capi area, formazione
    9Sovranità tecnologica e neutralitàB — normativoCTO, board
    10Adozione effettiva ed effetto forbiceB — umanotech lead, capi area, CTO
    11Ruoli e prospettiveC — lentemanagement
    12Professionista del software del futuroC — lentedev community
    13Maturità complessivaC — lenteCTO, board, clienti
    14Agentic DevSecOps (scenario di destinazione)Trasversaletutti

    Una nota sul vocabolario: in questo articolo userò spesso professionisti del software invece di programmatori. Il Quarto Cerchio tocca tutti — sviluppatori, architetti, analisti, ingegneri, QA, DevOps, SRE, security engineer, persino chi fa pre-sales tecnico — e ridurlo ai soli developer è una semplificazione che ci farebbe perdere metà del fenomeno

    Il costo del processo, non del consumo

    Quando si parla di costo dell’AI nello sviluppo software, la prima cosa che si fa di solito è guardare il listino. Il listino racconta una parte minuscola della verità.

    Il vero costo è quello del workflow, e il workflow è la combinazione di cinque ingredienti: costo di accesso (la licenza), costo di inferenza (token in ingresso, token in uscita, cache, grounding), costo dei servizi accessori (revisione codice, runtime degli agenti, GitHub Actions, knowledge base), costo della governance (overage, budget control, audit) e costi infrastrutturali collegati.

    Per dare un’idea concreta: GitHub Copilot, dal 1° giugno 2026, ha definitivamente abbandonato il modello dei Premium Requests per passare ai AI Credits, con budget separati a livello di utente, organizzazione e cost center [6]. Vertex AI funziona su un modello quasi puramente token-based, in cui il contesto inviato — il pezzo di repository, il diff di una PR, il log di un errore — diventa la variabile dominante. Claude Code e l’API di Anthropic combinano subscription e consumo, con i managed agents che introducono un costo aggiuntivo per session-hour. Amazon Bedrock, infine, non è un prezzo: è un contenitore di prezzi che varia per modello, provider e tier (on-demand, flex, priority, reserved), con sconti significativi sul batch.

    La conseguenza pratica è che il costo non si stima più “per utente”. Si stima per classe di workflow:

    • autocomplete e completamenti inline, dove il costo marginale tende a zero
    • Q&A tecnica, spiegazioni, generazione di test, costo basso ma costante
    • refactoring e revisione di pull request, costo crescente con la dimensione del contesto
    • comprensione cross-file e reasoning sull’intero repository, costo rilevante
    • task agentici multi-step, dove al costo dei token si somma il costo del runtime di sessione

    C’è poi una voce che le dashboard FinOps non vedono e che, dalla mia esperienza nei team, vale a volte quanto tutte le altre messe insieme: il costo di sfrido. È il tempo che le persone spendono a sperimentare senza capitalizzare: provare un modello e abbandonarlo, riscrivere un prompt da zero ogni volta, valutare in modo disordinato strumenti che dovrebbero essere già selezionati a livello organizzativo. Lo sfrido non sta in fattura, sta nei timesheet. E uno studio METR molto citato lo ha quantificato in modo controintuitivo: developer esperti, con controlli rigorosi, erano in media il 19% più lenti usando AI rispetto alle stime, pur percependo di essere il 20% più veloci [7]. È il dato più forte per smentire le narrazioni di “10x productivity”.

    La metrica da portare in un comitato di direzione, allora, non è “quanto spendiamo in AI”. È costo per feature completata, costo per PR revisionata, costo per migrazione di modulo, costo per ora di sviluppo assistito, costo di sfrido per team.

    Cosa dice il mercato. AgID, nelle linee guida per la PA, introduce il concetto di LCOAI — Costo Livellato dell’IA, una metrica ispirata al LCOE energetico che valuta la sostenibilità economica sull’intero ciclo di vita, con esempi di calcolo SaaS+API esterne vs self-hosted on-premises [3]. Il punto di vista FinOps internazionale converge: la FinOps Foundation segnala che “managing the cost and use of tokens is the top challenge facing FinOps practitioners today” e propone un mix di API key governance, proxy layer, unit cost metrics e model right-sizing [8]. Due lenti diverse — istituzionale italiana per i servizi di filiera, FinOps internazionale per i token granulari — che però convergono sullo stesso punto: misurare per workflow, non per licenza.r la PA, ha introdotto il concetto di LCOAI — Costo Livellato dell’IA, una misura ispirata alle metriche energetiche (LCOE), che valuta la sostenibilità economica dell’AI sull’intero ciclo di vita dell’iniziativa, non sull’acquisto iniziale. È la stessa direzione in cui stiamo andando.

    Qualità, sicurezza, debito: il triangolo che il mercato sta scoprendo tardi

    Negli ultimi mesi è emersa con forza una verità che era prevedibile, ma che pochi avevano osato dire: il vero collo di bottiglia non è il costo. È la qualità. E dentro la qualità si nascondono due cose distinte che vale la pena separare: la sicurezza del codice generato e il debito tecnico longitudinale.

    Sulla sicurezza, le evidenze sono ormai abbondanti. La fascia di codice AI-generated con vulnerabilità riconducibili a OWASP Top 10 oscilla, a seconda delle fonti, tra il 25% e il 45% [4][5]. Snyk converge nella stessa fascia parlando di codice AI “30-40% più vulnerabile di quello scritto da umani” [9]. Non è un dato che condanna l’AI: è un dato che impone un controllo continuo. Significa che ogni pull request generata o co-generata da AI deve passare attraverso SAST, dependency analysis, secret detection, e — soprattutto — code review umana effettiva, non simbolica.

    Sul debito tecnico, la questione è più sottile e più pericolosa. Un team che adotta l’AI senza misurare come il proprio codice evolve nel tempo non vede crescere il debito: lo vede non vedere. Un paper accademico molto recente (Verma, ottobre 2025) propone un modello matematico break-even validato su tre casi industriali per 153 milioni di righe di codice, e arriva a una tesi tagliente: “the productivity case for LLM coding assistants is real but incomplete — standard metrics capture the benefit on a timescale of days to weeks while costs accumulate over months, creating a systematic measurement blind spot in most current adoption programs” [10]. La velocità apparente dei primi mesi nasconde una stratificazione di scelte rapide, di pattern non sempre coerenti, di test generati per coprire il numero più che la sostanza.

    C’è poi un punto che spesso viene saltato e che va detto chiaramente: la qualità di ciò che esce dall’AI è una funzione di chi la usa, non solo dello strumento. Lo stesso assistente, in mano a un senior formato che sa interrogarlo, leggere criticamente la sua risposta, riconoscerne i punti deboli e correggerli, produce codice di livello alto. In mano a un entusiasta non formato, che accetta la prima risposta plausibile e la committa, produce debito tecnico ben confezionato. La qualità, qui, non è una proprietà dello strumento: è il prodotto strumento × utente.

    Il benchmark CodeRabbit 2026 lo quantifica: le pull request AI-generated hanno in media 10,83 issue contro 6,45 delle umane, con 1,75x più errori di logica, 1,57x più security issues, 1,42x più performance issues [11]. E sul fronte della percezione, la Stack Overflow Developer Survey 2025 su 49.000 sviluppatori mostra che l’adozione è all’84% ma la fiducia è scesa al 29% (era 40% nel 2024), mentre il 66% dichiara di spendere più tempo a sistemare codice AI “quasi giusto ma non quite” [12]. Due fonti, due lenti — laboratorio e percezione di massa — che convergono.

    Qui entra in scena una dimensione che il mercato sta nominando solo adesso: l’osservabilità degli agenti, o AgentOps. È l’estensione naturale di DevOps quando in produzione non c’è più solo codice, ma codice + agenti che decidono. La formalizzazione AgentOps di Infosys parla esplicitamente di estensione di DevSecOps + MLOps + LLMOps con guardrails specifici per agenti [13], e l’ecosistema tooling open-source è già attivo (AgentOps.ai, 5,7k star GitHub, integrazioni con CrewAI, AG2, OpenAI Agents SDK, LangGraph) [14]. Non è teoria.

    Il triangolo qualità–sicurezza–debito non si risolve con un tool. Si presidia con un processo. E il processo, dentro un Quarto Cerchio maturo, deve avere memoria.

    L’effetto forbice: i senior che restano fuori, gli entusiasti che si disperdono

    Arrivo alla dimensione più viva di tutta la mappa, e quella che, finché non l’ho vista nominare con onestà, non avevo capito quanto fosse centrale.

    C’è un fenomeno che molti report sintetizzano sotto la parola gentile “adoption rate” e che, dentro i team reali, è invece una forbice. Da una parte ci sono i professionisti senior che rifiutano l’AI. Non per ignoranza — sarebbe troppo semplice — ma per una postura più complessa, che mescola in proporzioni variabili tre cose: la sensazione che “so già fare meglio di così”, il legittimo sospetto verso allucinazioni e scorciatoie pericolose (che i senior, va detto, vedono prima degli altri), e una difesa identitaria verso un mestiere costruito in vent’anni che ora rischia di essere rinominato.

    Dall’altra parte della forbice ci sono i professionisti entusiasti senza formazione. Usano l’AI tutto il giorno, in ogni passaggio del lavoro. Cambiano modello al volo, scrivono prompt diversi ogni volta, valutano in modo disordinato strumenti che a livello organizzativo dovrebbero essere già selezionati. Producono codice che oggi funziona e che domani sarà difficile manutenere. La loro velocità apparente nasconde la dispersione cognitiva che ho già chiamato sfrido.

    In mezzo, tra le due lame della forbice, c’è la maggioranza silenziosa: persone che usano l’AI in modo medio, senza posizione, senza opinione. Sono il pubblico più importante di tutti, perché è da loro che dipende se l’organizzazione si muove davvero verso L3-L4 della scala di maturità o resta inchiodata a L1-L2.

    Ho provato a disegnare una mappa delle posture che possiamo abitare di fronte all’AI nel nostro mestiere. Sono sei, e mi pare che ognuno di noi si riconosca in almeno una.

    PosturaCaratteristica dominanteCosto che produceLeva per muoversi
    Rifiutante“L’AI non serve, fa danni”Sapere senior fuori dal cerchioEsperienze guidate su casi noti
    Scettico-osservante“Guardo, ma non tocco”Lentezza nell’adozione di pratichePair programming con utenti formati
    Sperimentatore disordinato“Provo tutto, capitalizzo poco”Sfrido alto, qualità irregolareCornice di metodo, prompt library condivise
    Utente medio“La uso quando capita”Maturità organizzativa bloccataOnboarding strutturato, KPI di team
    Utente formato“La uso con metodo”Costo basso, qualità altaRiconoscimento, ruolo di mentor
    Orchestratore“La uso per orchestrare sistemi”Investimento iniziale altoEsposizione a casi agentici reali

    La forbice non è un destino. È uno stato del sistema, e come ogni stato si può cambiare. Ma servono leve specifiche per ciascuna postura. Il rifiutante non ha bisogno di un corso: ha bisogno di un caso d’uso in cui la sua esperienza venga riconosciuta come decisiva. Lo sperimentatore non ha bisogno di un altro tool: ha bisogno di un metodo che dia forma alla sua energia.

    Cosa dice il mercato. L’osservazione che ho costruito sul campo trova un’evidenza empirica forte nei dati Faros AI su 10.000+ developer e 1.255 team: i meno esperti si appoggiano molto di più ai tool AI, mentre “senior engineers with deep system knowledge resist” — ma quando i senior adottano, “ship 2,5x more AI-generated code than juniors”, mentre i senior scettici producono code review 91% più lunghe [15]. Una lettura psicologica complementare viene dall’analisi di Yuliyan Gospodinov: la divisione non è anagrafica, è psicologica (process-oriented vs result-oriented), e “developers who’ve spent a decade or two building their identity around technical skill are being asked to shift their value proposition… that’s a real psychological cost, not a trivial adjustment” [16]. Sul piano operativo, una sintesi di Bain conferma che il problema è organizzativo, non tecnologico: “the mistake most engineering leaders make is treating all developers the same” [17]. Da molte fonti emerge una mappa coerente di cinque ragioni di resistenza (deskilling, trust, workflow disruption, quality concerns, professional identity), tutte razionali e tutte affrontabili [18].

    Una nota sincera, dovuta. Questo non è un fenomeno teorico. È un fenomeno che sto vedendo accadere in tempo reale nei contesti in cui lavoro, e che molti colleghi mi raccontano con parole simili. Per onestà narrativa lo dico apertamente: questa è la dimensione che ho aggiunto alla mappa dopo aver scritto la prima versione di questo articolo, perché parlandone mi sono accorto che mancava — e mancava perché il mercato la nasconde nella scatola comoda del “change management”. Non è change management. È un asse di assessment.metriche, le sue leve. E va trattato così.

    Compliance, sovranità, cultura: gli assi che decidono se vinciamo o se ci nascondiamo

    Il resto del secondo piano della mappa è quello che, paradossalmente, viene trattato per ultimo dalla maggior parte delle organizzazioni. È un errore.

    Sulla compliance, il quadro normativo del 2026 è chiaro: EU AI Act in piena attuazione (con le scadenze high-risk allungate ma le pratiche proibite già esigibili e sanzioni fino a €35M o 7% del fatturato) [1]; ISO/IEC 42001 disponibile per la certificazione AI Management Systems e ormai riconosciuto come l’operazionalizzazione tecnica dell’AI Act [2]; NIS2 recepita; ISO 27001:2024 estesa con i controlli AI; AgID con i suoi sei livelli di autonomia per architetture agentiche [3]. Non è più una zona grigia. La domanda non è più “dobbiamo essere conformi?” — è “con quale velocità lo diventiamo, e quanta evidenza siamo in grado di produrre?”.

    Sulla sovranità tecnologica, il discorso è meno tecnico e più strategico. Il quadro istituzionale UE è netto: “the EU relies on suppliers outside its borders for more than 80% of its key digital products, services, infrastructure, and IP” e “more than 70% of the EU cloud market is held by three US hyperscalers” [19]. Ursula von der Leyen ha sintetizzato così la posta in gioco: “we cannot afford to depend on others for the technologies that keep our hospitals running, our energy grids stable and our services secure” [19]. AgID introduce come pilastro il concetto di neutralità hardware e portabilità tra fornitori [3]. Per chi si posiziona nel framework European Secure & Sovereign AI, questo non è uno slogan: è un asse architetturale che decide come si disegnano le pipeline, come si gestiscono i secret, come si valutano i vendor.

    Cosa dice il mercato. Per trasparenza editoriale dichiaro che faccio parte di DedaGroup, che ha pubblicamente articolato un proprio posizionamento ESS-AI. Marco Podini (CEO DedaGroup) lo sintetizza così: “la partita più importante di questa nuova era digitale si gioca proprio nella capacità per ciascuna organizzazione di definire la propria sovranità del rischio, modulata in base alla sensibilità delle informazioni, al contesto d’uso e al livello di fiducia” [20]. Un punto di vista internazionale aggiunge urgenza concreta: il blackout globale di Anthropic del giugno 2026 (la “Fable Ban”) che ha disattivato Claude Fable 5 e Mythos 5 per export-control USA, è diventato il “practical test of sovereignty: can a foreign directive, a vendor outage, or a price change take your AI away? If yes, you are not sovereign” [21]. Una survey SUSE chiude il quadro: “98% of IT leaders call digital sovereignty a priority — but only 52% report taking any action on it” [22]. È il classico gap acknowledgment-vs-action.

    Sulla cultura, infine, c’è il punto che più mi sta a cuore, e che adesso — alla luce della sezione sull’effetto forbice — assume un senso più preciso. Nel mio lavoro di questi mesi mi sono convinto che la frase più importante che possiamo dirci, davanti al Quarto Cerchio, sia questa: diventare un’organizzazione AI-empowered richiede che le persone cambino prima ancora delle tecnologie.

    Cosa dice il mercato. Gartner quantifica il costo culturale: “AI adoption demands 25% more training effort and up to 200% additional change management effort” rispetto a tecnologie tradizionali. “81% of CIOs say GenAI skill gaps will block their 2025 objectives, while 63% of employees haven’t used GenAI in critical tasks” [23]. La cultura è uno dei sette pilastri del modello Gartner di AI maturity (insieme a strategia, valore, organizzazione, governance, engineering, dati), non un addendum [24].

    L’AI literacy non è un corso. È un’abitudine che si costruisce con esperienze ripetute, con piccoli successi condivisi, con errori discussi senza vergogna. Se l’effetto forbice è il problema, la cultura è la leva che lo affronta. Pair programming intergenerazionale tra senior rifiutanti e junior entusiasti — non come corso, ma come pratica regolare. “AI office hours” condotte dai senior che si sono mossi per primi. Sandbox controllate per gli sperimentatori. Retrospettive sull’uso dell’AI alla pari di quelle sul codice. Non sono pratiche eroiche. Sono pratiche piccole, ripetute, riconosciute.

    E sull’etica con presidio umano, un richiamo netto è necessario. “Presence is not practice. Most organizations put someone ‘in the loop’ without training them on what to approve, when to escalate, or how to recognize automation complacency” — l’EU AI Act Article 14 richiede oversight “demonstrably trained, measurable, and provable”, non simbolica [25]. La letteratura accademica ha già consolidato una tassonomia HITL (loop placement, interaction granularity, temporal characteristics) [26] e dimostrato sul campo che “errors can propagate and compound along the workflow, especially when we string numerous agentic components together” [27]. Human-in-the-loop non è opzionale per i workflow agentici reali.

    Stessa mappa, occhi diversi: il problema della prospettiva

    Una delle cose che ho imparato in questi mesi è che lo stesso dato cambia significato a seconda di chi lo legge. Il costo per feature completata, per esempio, dice cose molto diverse a un responsabile di area, a un responsabile di prodotto, a un project manager, a un professionista del software.

    Per il responsabile di area è una metrica di portafoglio: confronta progetti tra loro, decide allocazioni, individua aree di efficienza. L’effetto forbice è per lui una metrica di rischio organizzativo.

    Per il responsabile di prodotto è una metrica di time-to-value: collega l’investimento AI al ritorno sul mercato, valuta se la velocità apparente si traduce in valore reale. Lo sfrido è un nemico silenzioso.

    Per il project manager è una metrica di delivery: gli serve per stimare meglio, per negoziare scope, per gestire imprevisti. L’asimmetria delle posture nel team è uno dei suoi rischi principali.

    Per il professionista del software, infine, è una metrica di autonomia operativa. Sapere quanto costa il workflow che sta usando, capire dove la sua postura attuale lo colloca nella mappa delle sei posizioni, riconoscere se è in una fase di sfrido o di capitalizzazione: tutto questo lo rende un soggetto consapevole, non un consumatore inconsapevole.

    Cosa dice il mercato. BCG, su uno studio che copre 165 milioni di lavori USA e 1.500 ruoli, classifica il software engineering come Amplified Role (non Diminished): “the nature of what people do in these jobs will change significantly, even when the job title remains the same”. Stima: il 50-55% dei lavori sarà reshaped da AI in 2-3 anni, ma solo il 10-15% sarà eliminato in 5 anni [28]. Una lettura organizzativa complementare parla di tre stadi di maturità AI workforce (tool-based → workflow transformation → agent-led orchestration), con la previsione che “traditional pyramids are giving way to flatter, AI-augmented pods, redefining the need for junior, coordinator, and manager roles” [29].

    Per ciascuno di questi ruoli, la stessa mappa va letta con un diverso ordine di priorità. Nel libro proverò a costruire una guida di lettura per ruolo. Nell’articolo basta tenere a mente questo: la prospettiva non è un dettaglio. È metà del significato del dato.

    Il professionista del software del futuro: non muore, si trasforma (ma non per tutti, e non automaticamente)

    Su questo punto voglio essere chiaro, perché è il punto su cui leggo le previsioni più sbagliate.

    Il professionista del software non sta morendo. Sta cambiando mestiere — e lo sta facendo molto più velocemente di quanto si racconti. Il movimento che vedo nei team in cui lavoro va in questa direzione: meno tempo passato a scrivere righe di codice, più tempo passato a definire il contesto in cui un’AI lavorerà bene; meno tempo passato a leggere codice riga per riga, più tempo passato a giudicare se una soluzione è coerente con un’architettura più ampia; meno tempo passato a debuggare a mano, più tempo passato a progettare il sistema che farà debug per noi.

    Una delle domande più frequenti quando si parla di Intelligenza Artificiale nello SDLC è se nasceranno nuovi ruoli professionali o se quelli esistenti siano destinati a scomparire.

    La mia impressione è che stiamo osservando un fenomeno diverso.

    Prima ancora che nuovi ruoli, stanno emergendo nuove competenze trasversali che ogni attore coinvolto nel ciclo di vita del software dovrà progressivamente acquisire. Analyst, Developer, Tester, Architect, DevOps Engineer, Security Specialist e Manager continueranno a svolgere funzioni differenti, ma saranno chiamati a operare in contesti dove modelli e agenti AI diventano parte integrante del processo produttivo.

    La trasformazione non riguarda soltanto gli strumenti utilizzati, ma il modo stesso di lavorare. Diventeranno sempre più importanti la capacità di costruire contesto per un agente, validarne i risultati, selezionare il modello più adatto al problema da risolvere, comprendere costi e benefici dell’automazione, governare qualità, sicurezza e conformità degli artefatti generati.

    In questo scenario l’AI non sostituisce automaticamente il professionista. Al contrario, aumenta il valore di chi sviluppa competenze di orchestrazione, supervisione e indirizzo. La scrittura del codice rimane importante, ma non è più l’unica competenza distintiva. Cresce invece il peso della capacità di definire obiettivi, costruire workflow, interpretare risultati e prendere decisioni.

    Il Quarto Cerchio introduce quindi un nuovo livello di alfabetizzazione professionale che attraversa l’intero SDLC. Non parliamo di una competenza riservata agli sviluppatori né agli architetti software. Parliamo di un insieme di capacità che ogni ruolo coinvolto nel processo dovrà gradualmente acquisire per collaborare efficacemente con modelli, agenti e sistemi intelligenti.

    Queste nuove competenze comprendono, ad esempio:

    • la capacità di collaborare con assistenti e agenti AI;
    • la costruzione e gestione del contesto informativo;
    • la verifica e validazione degli output generati;
    • la comprensione dei costi e dei benefici dell’automazione;
    • la selezione consapevole di modelli e strumenti;
    • la capacità di integrare l’AI nei processi decisionali;
    • la comprensione degli impatti su qualità, sicurezza e governance.

    Per questo motivo il vero rischio non è l’automazione in sé, ma la mancata evoluzione professionale. Così come il cloud, la sicurezza by design e le pratiche DevOps hanno richiesto negli anni nuovi percorsi di apprendimento, anche il Quarto Cerchio richiede l’acquisizione di nuove competenze operative e decisionali.

    Non tutti seguiranno lo stesso percorso e non tutti alla stessa velocità. Alcune organizzazioni potranno scegliere di specializzare determinate competenze in figure dedicate. Tuttavia il cambiamento più profondo non riguarda la nascita di un nuovo job title, bensì la diffusione di una nuova capacità professionale: collaborare efficacemente con ecosistemi di modelli e agenti AI all’interno dei processi di sviluppo software.

    Il professionista del futuro, quindi, non scompare.

    Si evolve.

    E la velocità con cui saprà acquisire queste nuove competenze potrebbe diventare uno dei principali fattori distintivi del prossimo decennio.

    Su tutte potrebbe nascere, di fatto, una competenza che oggi chiamiamo che assomiglia sempre di più a un orchestratore di intelligenze. È una figura che possiede ancora un fondo solido di fondamentali — non ci si può improvvisare orchestratore se non si conosce lo strumento — ma che lavora in un layer più alto: quello del prompt-as-design, dell’agent-as-team-member, della policy-as-code.

    Cosa dice il mercato. La voce più netta è quella di Nicholas Zakas (autore di ESLint), che descrive tre fasi (cruise control → conductor → orchestrator): “the software engineering job of the future won’t involve writing code; it will involve orchestrating AI agents to write code for you” [30]. La quantificazione la dà Anthropic con il suo 2026 Agentic Coding Trends Report: i developer usano AI in circa il 60% del lavoro, ma delegano completamente solo lo 0-20% — lo sviluppatore è orchestratore, non writer [31]. JetBrains 2026 conferma con dati di campo: 85% developer usano AI quotidianamente, mentre Microsoft dichiara che circa il 30% del codice in alcuni repo è AI-generated (Google attorno al 25%): “you’re the engineering lead of a team of tireless, competent junior developers” [32].

    Va detta, però, anche la parte meno ottimistica. Non tutti i senior sceglieranno di trasformarsi, ed è una scelta che — almeno in alcuni casi — è legittima. Alcuni preferiranno restare maestri del codice tradizionale fino alla fine della loro carriera, e l’organizzazione dovrà decidere come valorizzarli senza forzarli. Altri sceglieranno di non trasformarsi per pigrizia o difesa, e l’organizzazione dovrà decidere quanto a lungo può permetterselo. La trasformazione del mestiere non è automatica: è una scelta personale dentro una cornice organizzativa, ed entrambe contano.

    Dentro questa trasformazione mi piace pensare che resti centrale un mestiere che oggi sembra antico ma che diventerà nuovissimo: quello di chi sa dire no a una soluzione plausibile ma sbagliata. È un mestiere che ha bisogno di esperienza, di gusto, di etica. È — per usare una parola che ho scelto qualche mese fa — un mestiere di custodia.

    La scala di maturità: dai sei livelli, e dentro a L5 un mondo

    La domanda che chiude qualsiasi analisi sul Quarto Cerchio è sempre la stessa: “a che punto siamo?”. Per anni il mercato ha risposto con scale a 9, 10, 12 livelli, ciascuno indistinguibile dal precedente.

    Dopo aver studiato i framework che vanno consolidandosi — Gartner AI Maturity (5 livelli) [24], ELEKS AI-SDLC Maturity Model (5 stadi) [33], MIT CISR Enterprise AI Maturity (4 stadi) [34], AgID con i sei livelli di autonomia per architetture agentiche [3], e il recente SEI-Accenture AIM Framework (otto dimensioni) [35] — propongo una scala a sei gradini, da L0 a L5, costruita per essere leggibile a un board e abbastanza precisa per guidare un assessment.

    LivelloNomeSostanzaKPI minimi
    L0AwarenessSi parla di AI. Nessun uso reale e strutturato.Adozione formale = 0%; investimento <0,5% IT budget
    L1AI-supportedSingoli usano tool AI come autocomplete o chat ad hoc.% developer con licenza AI
    L2AI-assistedAI integrata nel workflow individuale, prime policy.Costo AI per developer/mese; % PR con AI-assist >30%
    L3AI-integrated SDLCAI presente in tutte le fasi DevSecOps, con governance e KPI.Costo per feature; vulnerabilità per 1000 LOC; coverage ≥75%
    L4AI-native SDLCSDLC riprogettato attorno all’AI; FinOps maturo; cultura diffusa.LCOAI per workflow; tasso di adozione effettiva ≥80%; ISO/IEC 42001 in corso
    L5Agentic DevSecOpsTeam di agenti orchestrati che eseguono autonomamente l’SDLC con human-in-the-loop.% task autonomi; MTTR task agentic; % checkpoint HITL superati

    Dentro L5 esiste un sotto-radar di autonomia, graduato in sei tacche (L5.0 → L5.5), ispirato sia ai livelli AgID che al modello ACMM di Andy Anderson (IBM Research) che parte da CMMI e arriva al livello 6 Hive — agenti multipli orchestrati in produzione [36]:

    • L5.0 Suggest-and-wait (umano approva ogni step)
    • L5.1 Multi-agent assistito con HITL nei punti critici
    • L5.2 Autonomia di fase
    • L5.3 Autonomia multi-fase con checkpoint
    • L5.4 Autonomia con auto-rollback
    • L5.5 Autonomia cross-dominio (oggi solo in ricerca)

    Voglio aggiungere qui un’osservazione che, alla luce della sezione sull’effetto forbice, mi pare cruciale. L3 è un soffitto, se la postura senior non si sposta. Si può comprare la migliore tecnologia del mercato, scrivere policy impeccabili, lanciare programmi di literacy estesi: se i senior restano rifiutanti o scettici-osservanti, l’organizzazione non passa L3. La maturità organizzativa ha soglie di sblocco umane, e la più importante è quella che si attraversa quando un numero critico di senior — non tutti, ma una massa percepibile — entra nel cerchio come utente formato o orchestratore.

    Cosa dice il mercato. Niraj Veer (co-editor dello standard EU AI Act security e ISO/IEC 5338) lo sintetizza così: “88% of organizations use AI in at least one function; only 1,5% across all systems in production are classified as AI systems”; e ancora: “AI maturity will not come from a single project, pilot, or purchase. It will come from a steady, deliberate shift in how you govern your software and AI as one portfolio” [37]. Una comparazione critica dei principali framework (MITRE, MIT CISR, Gartner, Microsoft, KPMG) aggiunge un monito metodologico che vale la pena tenere a mente: “maturity models are descriptive, not prescriptive. They tell you where you are; they do not tell you which use case to fund” [38]. La scala è una bussola, non una ricetta.

    Una nota di metodo: la scala è una traiettoria, non una fotografia. Un’organizzazione non “è” a un livello; lo è in alcune aree, mentre in altre è uno o due livelli indietro. Un assessment serio fotografa il profilo, non il punto.e, mentre in altre è uno o due livelli indietro. Un assessment serio fotografa il profilo, non il punto. Ed è qui che le quattordici dimensioni del piano A e del piano B servono davvero: ognuna ha la sua curva, e la mappa complessiva nasce dal sovrapporsi delle curve.

    Il team di agenti: lo scenario di destinazione

    Arrivo al punto verso cui tutto questo articolo sta spingendo: il team di agenti che fa DevSecOps in modo agile.

    L’immagine è semplice e potente. Un gruppo di agenti specializzati, ciascuno responsabile di una porzione del ciclo: chi raccoglie i requisiti, chi disegna l’architettura, chi scrive il codice, chi scrive i test, chi fa la review, chi gestisce la security, chi fa il deploy, chi monitora la produzione, chi propone refactoring sulla base delle metriche raccolte. Tra loro dialogano, ciascuno è osservabile, ciascuno è governato da policy, ciascuno ha un budget. Sopra di loro ci sono gli umani: non più individui che eseguono, ma architetti, coach, custodi, decisori finali nei punti di rischio.

    Il metodo che regge questo scenario è agile, ma con una accentuazione retroattiva più forte: alta copertura di test, retrospettive frequenti (anche tra agenti), revisione continua, miglioramento incrementale del prompt, delle policy, delle metriche. Più che team Scrum siamo davanti a quello che alcuni chiamano team Squared: umani che fanno Scrum con agenti che fanno Scrum tra loro.

    Cosa dice il mercato. Microsoft ha formalizzato il termine Agentic DevOps: “intelligent agents collaborate with you and with each other… handling bug fixes, small features, documentation, and more” [39]. IBM ha rilasciato Loop Genie, multi-agent assistant integrato in DevOps Loop con supporto MCP/Claude/Gemini/Ollama [40]. Infosys ha pubblicato il framework AgentOps come lifecycle management nativo per agenti, con guardrails specifici [13]. Il caso più rigoroso a livello accademico-operativo è KubeStellar Console, mantenuto da una Hive multi-agent con 74 workflow CI/CD, 32 nightly test suites, 91% code coverage, bug-to-fix in meno di 30 min H24. La tesi di Andy Anderson (IBM Research) è netta: “testing — the volume of test cases, the coverage thresholds, and the reliability of test execution — proved to be the single most important investment in the entire journey” [36].

    E qui la sezione 6 torna come un’eco: uno scenario L5 si regge solo se la postura senior si è spostata. Senza senior formati come orchestratori, il team di agenti diventa un team senza coach, e un team senza coach — agentico o umano che sia — non scala.

    La cosa più importante che ho capito mentre studiavo questo passaggio è che L5 non è la fine del professionista. È l’inizio di un nuovo tipo di professionista. Uno che programma orchestrazioni, che programma policy, che programma sistemi che programmano. Uno che ha bisogno, più che mai, di fondamentali solidi — perché senza fondamentali, l’orchestrazione diventa illusione.

    Una visione olistica: dal cerchio alla sfera, dalla sfera al cerchio

    In articoli precedenti come 2026-01 — Il quarto cerchio o nell’articolo più recente Il quarto cerchio e la custodia dell’umano ho introdotto la visione della AI come ulteriore componente rappresentato nella versione più semplificata da un diagramma di Venn (il cerchio) che si affianca e si interseca con gli altri tre cerchi che descrivono un ecosistema aziendale, persone, hardware e software.

    Mi piace chiudere con un’immagine che, in questi giorni, è diventata per me il filo conduttore del libro che sto scrivendo.

    Il Quarto Cerchio, l’anno scorso, era una linea sul piano. Una mancanza che chiedeva di essere nominata. Quest’anno è diventato un oggetto pieno: ha volume, perché contiene costi, persone, agenti, processi; ha tempo dentro lo spazio, perché cambia mentre lo guardi — il modello evolve, il prompt impara, la policy si aggiorna; ha tante proiezioni quante sono le dimensioni con cui lo si guarda — il professionista lo vede come strumento, il manager come maturità, il compliance officer come rischio, l’umanista come etica, il tech lead come effetto forbice.

    La matematica avrebbe una parola per descriverlo: n-sfera. Un oggetto che vive in molte dimensioni e che, ridotto al piano, torna a essere un cerchio. È un’immagine che mi piace perché racconta una cosa profonda: la complessità del Quarto Cerchio è reale, ma il suo significato sa farsi semplice quando serve. Sa diventare cerchio. Sa farsi disegnare su una lavagna in cinque minuti, davanti a un board, e farsi capire.

    Questo è il lavoro che ci aspetta: vivere nella sfera, raccontare con il cerchio. Misurare in n dimensioni, decidere in due. Custodire la complessità e offrire al lettore — al cliente, al collega, al board — un disegno che sappia dire molto con poco.

    È il lavoro del Quarto Cerchio in produzione. E, in fondo, è il lavoro di sempre di chi fa architettura.

    Smart & Local Models: il ritorno alla scrivania

    C’è una dimensione che è emersa solo negli ultimi mesi, ed è la ragione per cui questa mappa — pubblicata oggi — è già destinata a cambiare nel libro che ne nascerà. Te la racconto come la vedo adesso, sapendo che è ancora in fase di maturazione e di valutazione, e che probabilmente, quando avrò più dati dai team con cui lavoro, finirà spostata nel Piano A degli assi verticali insieme a costo, qualità, sicurezza, debito e osservabilità — perché di fatto è un’asse misurabile del sistema, non una lente di lettura.

    La nomino così, provvisoriamente: Smart & Local Models — l’autonomia operativa del Quarto Cerchio.

    L’idea è semplice ma porta conseguenze enormi. Negli ultimi due anni la conversazione sull’AI nello sviluppo software è stata dominata dal paradigma cloud-first, frontier-first: il modello più grande, quello più potente, quello che vive nei datacenter di tre hyperscaler americani, raggiunto via API a consumo. Ed è esattamente la traiettoria che ha generato le altre tredici dimensioni — il costo per token, la dipendenza dal listino, l’opacità del prompt, la sovranità messa in discussione, l’osservabilità da costruire da zero.

    Ma sta succedendo qualcos’altro, in parallelo, e sta succedendo proprio sui nostri tavoli. Modelli più piccoli — gli SLM, Small Language Models, e i modelli locali — stanno diventando abbastanza bravi da fare il lavoro di sviluppo specifico per cui li addestriamo o li selezioniamo. Non qualsiasi lavoro. Quel lavoro lì. Lo Spring Boot dell’azienda. Il Python dell’analista. Il TypeScript del team frontend. Il COBOL del legacy che nessuno vuole più toccare ma che ancora fattura. Il principio sta cambiando: non serve più un cervello universale che sa tutto male; serve un artigiano specializzato che sa il tuo mestiere bene.

    E con questo cambio di principio, cambia anche la postura infrastrutturale. Tornano sui tavoli — sui tavoli veri, intendo, quelli di legno o ikea su cui ognuno di noi lavora ogni giorno — macchine pensate per ospitare il modello. Workstation NVIDIA con GPU dedicate. PC custom Linux con tanta RAM (mezzo terabyte, un terabyte) e dischi NVMe grossi. Notebook Apple Silicon con la memoria unificata che permette ai modelli locali di lavorare in modi che due anni fa erano impensabili. Apple ha persino dato un nome alla cosa, Apple Intelligence, in cui una parte del lavoro succede sotto il vetro del dispositivo. Microsoft ha lanciato la categoria Copilot+ PC con NPU dedicate. NVIDIA ha messo ChatRTX sulle workstation. Lo stack open-source — Ollama, LM Studio, MLX, llama.cpp, vLLM — ha trasformato la possibilità di far girare un modello in locale in una cosa che fai con due comandi a terminale.

    C’è qualcosa di poetico, in tutto questo. Dopo aver insegnato per anni che “tutto è cloud”, una parte della frontiera sta tornando alla scrivania. È un movimento che ha radici tecniche precise — efficienza dei modelli small, costo dell’inferenza cloud che inizia a pesare, latenza che conta nei workflow agentici, dato sensibile che non vuole uscire dal perimetro — ma è anche un movimento culturale: dice che la potenza dell’AI può vivere in un oggetto che tieni vicino, non solo in una nuvola lontana che paghi a contatore.

    Perché questa è una dimensione e non un dettaglio tecnico? Perché tocca contemporaneamente tutte le altre. Cambia il costo (capex hardware una tantum vs opex token continuo). Cambia la qualità (modelli specializzati sul tuo contesto operativo battono modelli generalisti su task ristretti). Cambia il debito tecnico (il modello che usi è più stabile nel tempo, e il tuo codice ha un riferimento meno mobile).

    Ma soprattutto cambia due cose insieme, in modo profondamente intrecciato.

    La prima è il rapporto con il dato. Quando modello e codice vivono entrambi sulla mia macchina — o sul mio server, o sulla mia rete — il dato sensibile non esce mai dal perimetro. Il codice proprietario non viene mandato a un fornitore esterno per essere completato. Il dato del cliente non finisce dentro il prompt che esce verso il cloud. Il know-how aziendale non diventa, suo malgrado, materiale di training per qualcun altro. È un vantaggio enorme — soprattutto per chi lavora in settori regolati (sanità, finanza, difesa, PA), per chi sviluppa software proprietario di valore, per chi semplicemente vuole costruire senza esporre. È, in fondo, il ritorno al principio della casa con la porta chiusa: quello che succede dentro, resta dentro.

    La seconda è speculare, e ne è la conseguenza diretta: se il modello vive nella mia casa, chi mi garantisce che il modello stesso non porti fuori informazioni? È una domanda nuova, e va presa molto seriamente. Un modello locale è un artefatto — un file binario di pesi neurali — che ho scaricato da qualche parte. Chi lo ha addestrato? Cosa potrebbe aver imparato a fare oltre quello che dichiara? Potrebbe contenere backdoor, esfiltrazione di dati cifrata nelle sue chiamate di rete, comportamenti latenti che si attivano solo in certi contesti? Questa non è fantascienza: è già una classe di rischio che la ricerca sta nominando con precisione — model supply chain attacks, trojaned LLMs, prompt injection persistenti nei pesi.

    Detto altrimenti: risolvere la sovranità del dato apre il tema della sovranità del modello. E la risposta non è “torniamo al cloud”, ma “costruiamo una catena di certificazione e attestazione anche per i modelli locali” — come abbiamo fatto per il software open source con SBOM, firme, audit del codice sorgente. Servirà l’equivalente di SBOM per i modelli (MBOM, qualcuno lo sta chiamando), servirà la firma crittografica dei pesi rilasciati da chi li ha addestrati, servirà l’attestazione del comportamento in ambienti controllati prima del deployment, servirà la scansione runtime del traffico di rete che un modello locale genera — perché un modello che gira sulla mia macchina e fa chiamate verso l’esterno non dovrebbe poterlo fare senza che qualcuno se ne accorga.

    Stiamo imparando, insomma, che anche il modello è codice, e come tutto il codice ha bisogno di una supply chain governata. Le piattaforme stanno cominciando a rispondere — Hugging Face ha introdotto firme e scansioni, NVIDIA ha pubblicato linee guida per il Model Risk Management, l’EU AI Office sta esplicitamente toccando il tema nelle bozze di guidance — ma la disciplina è giovane, e oggi rappresenta una delle aree di ricerca più attive del 2026.

    Cambia, quindi, anche la sicurezza (nel doppio senso del termine: meno fuga di dato, più esigenza di verifica del modello). Cambia la sovranità (declinata su due piani, dato e artefatto). Cambia il debito tecnico (anche il modello entra nella tua filiera di artefatti da governare, come ogni libreria che usi). Cambia la postura culturale (il dev impara di nuovo a smanettare con i suoi strumenti, ma con responsabilità nuove: non solo “uso questo modello”, ma “so da dove viene, chi l’ha firmato, cosa fa quando gira”).

    Non è una scelta binaria, però. Non è “cloud vs locale”. È un terzo paradigma che si sta costruendo, e che chiamerei ibrido stratificato: frontier model nel cloud per i task aperti, smart specialized local model sulla workstation per il lavoro quotidiano e ripetitivo, agenti che orchestrano l’uno e l’altro a seconda del task. È un’architettura a due velocità, dove l’umano sceglie quale velocità usare per cosa.

    E in ognuno di questi tre piani — frontier cloud, smart specialized local, agenti orchestratori — il principio della catena di fiducia va costruito dove prima non c’era. Nel cloud lo abbiamo costruito attraverso contratti, certificazioni del fornitore e audit. Nel locale dobbiamo ancora inventarcelo del tutto. È un cantiere aperto, ed è anche per questo che la dimensione 12 di questa mappa è la dimensione più giovane: non perché conta meno, ma perché siamo ancora in mezzo al guado.

    Cosa dice il mercato. Il principio del modello specifico per contesto trova fondamento accademico nel paper NVIDIA “Small Language Models are the Future of Agentic AI” (Belcak et al., 2025): “SLMs are sufficiently powerful, inherently more suitable, and necessarily more economical” per i task agentici, con riduzioni di costo 10×-30× su workload specializzati [43]. Microsoft conferma con i suoi Phi-3/Phi-4“surpasses similar-sized models and is on-par with models twice its size in mathematics and coding” — esplicitamente disegnati per workflow on-device [44]. Andrej Karpathy lo sintetizza così: “the future is many small models that you can run, audit, fine-tune, swap, and own” [45]. Sul fronte hardware, NVIDIA ha definito la categoria AI Workstation (RTX 6000 Ada, DGX Spark/Station da 1 petaFLOP desk-side), Microsoft la categoria Copilot+ PC con NPU ≥40 TOPS, Apple ha messo Apple Intelligence on-device con memoria unificata fino a 512GB su Mac Studio [46][47][48]. Sul fronte modelli, Mistral con Codestral (francese, open-weight, code-specialized) è l’alleato naturale di un posizionamento europeo sovrano, accanto a DeepSeek-Coder e Qwen-Coder dal mondo open [49][50]. Strumenti come Continue.dev + Ollama permettono già oggi di sostituire Copilot con modelli locali in VSCode, e una community come r/LocalLLaMA è il termometro di quanto velocemente questa traiettoria si stia consolidando [51]. Per il contesto italiano, l’infrastruttura Cineca Leonardo apre la possibilità di fine-tuning di modelli locali in chiave sovrana [52]. Sul versante della certificazione dei modelli locali, la disciplina sta nascendo proprio adesso: NVIDIA ha pubblicato un framework di Model Risk Management dichiarando che “just as software supply chain security became central in the 2020s, model supply chain security will define the late 2020s” [53]. Hugging Face ha integrato firme Sigstore e provenance SLSA per i modelli [54]. Il NIST ha codificato una tassonomia formale degli attacchi (model poisoning, backdoor injection, data exfiltration via outputs) nel documento NIST AI 100-2 E2025 [55]. OWASP ha pubblicato due liste complementari — AI/ML Top 10 e LLM Top 10 — che coprono insieme i rischi infrastrutturali e applicativi [56]. E l’articolo 55 dell’EU AI Act, con il Code of Practice for General-Purpose AI Models in consultazione, introduce obblighi di trasparenza sui dati di training e sul comportamento del modello che si applicheranno anche ai modelli destinati all’uso locale [57]. Stiamo assistendo, in tempo reale, alla nascita di una disciplina della supply chain dei modelli AI — è giovane, è frammentata, ma è già qui.

    Una nota onesta: nominandola come dimensione 12 — invece che inserirla nel Piano A degli assi verticali dove logicamente apparterrebbe — sto dichiarando che la sto valutando in tempo reale. È una dimensione che ho visto emergere dai team con cui lavoro nelle ultime settimane, e che la letteratura sta nominando in modi ancora frammentati. Nel libro, quando avrò più dati e più casi, la riporterò probabilmente al Piano A, vicino al Costo, perché lì appartiene strutturalmente. Ma volevo che il pezzo, oggi, non uscisse senza di lei. Le dimensioni che stanno nascendo meritano di essere nominate anche quando sono ancora bambine.


    Cosa porto via, cosa porto avanti

    Cinque cose mi porto via da questo passaggio.

    La prima è che non c’è un solo metro per il Quarto Cerchio. Ci sono quattordici dimensioni, raccolte in tre piani, e il valore di un’analisi sta nella capacità di integrare più dimensioni alla volta, non nella perfezione di una singola misura.

    La seconda è che la maturità è una traiettoria, non una fotografia. La scala L0–L5 serve a orientarsi, ma il vero esercizio è disegnare il profilo della propria organizzazione e capire dove muoversi prima.

    La terza è che la forbice esiste, e va affrontata. Non è change management. È un asse di assessment, con i suoi costi (lo sfrido), le sue metriche (la mappa delle posture), le sue leve (cultura, pair programming, riconoscimento del sapere senior come bene comune).

    La quarta è che il professionista del software del futuro esiste già. Lo vedo nei team in cui lavoro: ha smesso di chiedersi “l’AI mi sostituirà?” e ha iniziato a chiedersi “come farò a custodire la qualità di quello che l’AI farà al posto mio?”. La risposta è il libro a cui sto lavorando.

    La quinta — e forse la più importante — è un dato che vale come monito. Uno studio MIT del 2025 ha rilevato che il 95% dei pilot GenAI enterprise non genera ritorno misurabile, e solo il 5% scala in produzione, su un totale di 30-40 miliardi di dollari investiti [41]. Una survey su 3.000+ leader IBM ha confermato che “worker access to AI rose by 50% in 2025” ma “only 34% of companies use AI to deeply transform business”, mentre l’83% considera la sovereign AI importante per la pianificazione strategica [42]. La maturità reale è ancora rara. La buona notizia è che chi la costruisce oggi ha pochi anni di vantaggio sul mercato. La cattiva è che chi la rimanda non ha tempo da perdere.

    Su exploras.cloud, nei prossimi mesi, condividerò i pezzi del viaggio: dopo i tre Ambassador, l’Ouverture sull’Atto III e il pezzo sulla custodia dell’umano, questa è la mappa di partenza del nuovo cammino. Su LinkedIn pubblicherò una versione più breve di questo testo come commento al Quarto Cerchio in produzione, seguita nei giorni successivi da una domanda al mio network: in quale postura vi riconoscete, e a che livello di maturità vi vedete? È una domanda che mi serve. È una domanda che — se vorrete rispondermi — entrerà nel libro.

    Il Quarto Cerchio non è più una linea. È un oggetto vivente. E ha bisogno, oggi più che mai, di custodi consapevoli.

    Mauro Giuliano


    Note e riferimenti

    1. Linklaters — EU AI Act: Omnibus delays GPAI and high-risk rules (8 maggio 2026). https://www.linklaters.com/en/insights/blogs/digilinks/2026/may/eu-ai-act-omnibus-delays-gpai-and-high-risk-rules
    2. ISACA — Aligning ISO/IEC 42001 with the EU AI Act (Trupti Shiralkar e Caroline Sherrell, 8 ottobre 2025). https://www.isaca.org/resources/news-and-trends/isaca-now-blog/2025/aligning-iso-iec-42001-with-the-eu-ai-act
    3. AgID — Linee guida per l’adozione dell’IA nella PA (2026). https://www.agid.gov.it/it/agenzia/stampa-e-comunicazione/notizie/2026/06/12/al-via-consultazione-le-linee-guida-ladozione-dellia-nella-pa — sintesi divulgativa: https://news.microsoft.com/source/emea/cities/2026/03/14/ai-nella-pa-cinque-livelli-di-autonomia/
    4. Veracode — GenAI Code Security Report 2025. https://www.veracode.com/resources/genai-code-security-report-2025/
    5. AppSec Santa — AI Code Security Benchmark 2026. https://appsecsanta.com/blog/2026-ai-code-security-benchmark-report
    6. GitHub — GitHub Copilot is moving to usage-based billing (annuncio ufficiale). https://docs.github.com/en/copilot/concepts/billing/ai-credits
    7. METR — Measuring the Impact of Early-2025 AI on Experienced Open-Source Developer Productivity (luglio 2025). https://metr.org/blog/2025-07-10-early-2025-ai-experienced-os-dev-study/
    8. FinOps Foundation — FinOps for AI Overview (2026). https://www.finops.org/wg/finops-for-ai-overview/
    9. Snyk — Why AI-Generated Code is 30-40% More Vulnerable Than Human-Written Code (Danny Allan). https://snyk.io/blog/ai-generated-code-vulnerability/
    10. Verma A. — Quantifying the Hidden Productivity Costs of LLM Coding Assistants (arXiv preprint, ottobre 2025). https://arxiv.org/abs/2510.03001
    11. CodeRabbit (Manish Loker) — AI Code Quality Report 2026. https://www.coderabbit.ai/blog/ai-code-quality-report-2026
    12. Stack Overflow — Developer Survey 2025 — AI Section. https://survey.stackoverflow.co/2025/ai
    13. Infosys — AgentOps: Reimagining DevSecOps for the Agentic AI Era (2026). https://www.infosys.com/iki/perspectives/agentops-devsecops-agentic-ai.html
    14. AgentOps.ai — Open Source Agent Observability Platform. https://github.com/AgentOps-AI/agentops
    15. Faros AI — Beyond the Hype: How Senior vs. Junior Engineers Really Use AI (Yossi Reitblat, 2026). https://www.faros.ai/blog/senior-vs-junior-engineers-ai-adoption
    16. Yuliyan Gospodinov — The Psychological Cost of AI Adoption Among Senior Developers (Medium, 2026). https://medium.com/@yuliyangospodinov/psychological-cost-ai-senior-developers
    17. Bain & Company — The Engineering Productivity Gap in Generative AI Adoption (2026). https://www.bain.com/insights/engineering-productivity-gap-genai
    18. Pluralsight — 5 Reasons Developers Resist AI Coding Tools (and What to Do About It) (2026). https://www.pluralsight.com/blog/software-development/developer-resistance-ai-coding-tools
    19. Commissione Europea — Apply AI Strategy / EU Tech Sovereignty Communication (ottobre 2025). https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/apply-ai
    20. DedaGroup — Marco Podini sulla sovranità del rischio digitale (2026). https://www.dedagroup.it/news/sovranita-rischio-ai
    21. Latent.Space — The Fable Ban and the Practical Test of Sovereignty (giugno 2026). https://www.latent.space/p/fable-ban-sovereignty
    22. SUSE — Digital Sovereignty Report 2026. https://www.suse.com/digital-sovereignty-report-2026
    23. Gartner — Why Most GenAI Programs Stall at the Change Management Layer (2025). https://www.gartner.com/en/articles/genai-change-management-effort
    24. Gartner — AI Maturity Model: 5 Levels and 7 Pillars (2025). https://www.gartner.com/en/articles/ai-maturity-model
    25. Strata Identity — Human-in-the-Loop Is Not Enough: Why EU AI Act Article 14 Requires Trained Oversight (2026). https://www.strata.io/resources/blog/human-in-the-loop-ai-act-article-14/
    26. arXiv — A Unified Taxonomy of Human-in-the-Loop AI Systems (2025). https://arxiv.org/abs/2509.12345
    27. LangChain Blog — Human-in-the-Loop Patterns with LangGraph (2026). https://blog.langchain.dev/human-in-the-loop-langgraph
    28. BCG — The Reshaping of Work: 50-55% of Roles Will Be Amplified by AI (2026). https://www.bcg.com/publications/2026/reshaping-of-work-ai
    29. Deloitte — The Three Stages of AI Workforce Maturity (2026). https://www2.deloitte.com/insights/ai-workforce-maturity-2026
    30. Nicholas Zakas — The Future of Software Engineering: From Coding to Orchestration (humanwhocodes.com, 2026). https://humanwhocodes.com/blog/2026/future-software-engineering-orchestration/
    31. Anthropic — Agentic Coding Trends Report 2026. https://www.anthropic.com/research/agentic-coding-trends-2026
    32. JetBrains — State of Developer Ecosystem 2026. https://www.jetbrains.com/lp/devecosystem-2026/
    33. ELEKS (Sergii Bataiev) — The AI-SDLC Maturity Model (2026). https://eleks.com/research/ai-sdlc-maturity-model/
    34. MIT CISR — Enterprise AI Maturity Model (Uriel Castro, 2026). https://cisr.mit.edu/publication/enterprise-ai-maturity-model
    35. SEI / CMU & Accenture — AI Maturity (AIM) Framework (press release 2026). https://www.sei.cmu.edu/news/sei-accenture-aim-framework-2026
    36. Andy Anderson (IBM Research) — ACMM v2: AI Coding Maturity Model and the Hive (2026). https://research.ibm.com/blog/acmm-ai-coding-maturity-model
    37. Niraj Veer — AI Maturity in the Real World: 88% Use, 1,5% Production (LinkedIn article, 2026). https://www.linkedin.com/pulse/ai-maturity-real-world-veer
    38. InfoQ — A Critical Comparison of Enterprise AI Maturity Frameworks (2026). https://www.infoq.com/articles/ai-maturity-frameworks-comparison/
    39. Microsoft — Introducing Agentic DevOps (2026). https://devblogs.microsoft.com/devops/agentic-devops/
    40. IBM — Loop Genie: Multi-Agent Assistant for DevOps (2026). https://www.ibm.com/blog/loop-genie-devops
    41. MIT Sloan Management Review — Why 95% of Enterprise GenAI Pilots Stall (2025). https://sloanreview.mit.edu/article/95-percent-genai-pilots-stall
    42. IBM Institute for Business Value — AI in Action 2026: Survey of 3,000+ Business Leaders. https://www.ibm.com/thought-leadership/institute-business-value/ai-in-action-2026
    43. NVIDIA Research (Belcak P. et al.)Small Language Models are the Future of Agentic AI (giugno 2025). https://arxiv.org/abs/2506.02153
    44. Microsoft (Abdin M. et al.)Phi-4 Technical Report (2024-2025). https://arxiv.org/abs/2404.14219
    45. Andrej KarpathySoftware 3.0 / The era of small specialized models (YC AI Startup School, 2025). https://www.youtube.com/watch?v=LCEmiRjPEtQ
    46. NVIDIARTX AI Workstation / ChatRTX (2024-2026). https://www.nvidia.com/en-us/ai/chat-with-rtx/
    47. MicrosoftCopilot+ PC e NPU ≥40 TOPS (2024-2026). https://www.microsoft.com/en-us/windows/copilot-plus-pcs
    48. AppleApple Intelligence + Apple Silicon Unified Memory (WWDC 2024-2026). https://www.apple.com/apple-intelligence/
    49. Mistral AICodestral 22B / Codestral Mamba (2024-2025). https://mistral.ai/news/codestral/
    50. Alibaba / Qwen TeamQwen2.5-Coder Series (2024-2025). https://github.com/QwenLM/Qwen2.5-Coder
    51. Continue.devLocal AI coding assistant open-source (2024-2026). https://github.com/continuedev/continue
    52. CinecaLeonardo Supercomputer & Italian AI Models (2024-2026). https://www.cineca.it/news/leonardo-supercomputer-ai
    53. NVIDIAModel Risk Management for Enterprise AI (whitepaper, 2025). https://www.nvidia.com/content/dam/en-zz/Solutions/ai-data-science/model-risk-management-whitepaper.pdf
    54. Hugging FaceModel Signing & Provenance with Sigstore (2024-2026). https://huggingface.co/blog/model-signing
    55. NISTAdversarial Machine Learning: Taxonomy of Attacks and Mitigations (NIST AI 100-2 E2025). https://csrc.nist.gov/pubs/ai/100/2/e2025/final
    56. OWASPAI/ML Security Top 10 + LLM Top 10 (2025-2026). https://genai.owasp.org/llm-top-10/
    57. EU AI OfficeCode of Practice for General-Purpose AI Models / Articolo 55 AI Act (2025-2026). https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/ai-code-practice

  • Il quarto cerchio e la custodia dell’umano

    Il quarto cerchio e la custodia dell’umano


    Il quarto cerchio e la custodia dell’umano

    Negli ultimi giorni mi sono trovato a collegare tra loro tre riflessioni provenienti da contesti diversi e, nello stesso tempo, sorprendentemente vicini al mio presente.

    La prima nasce da un esperimento del King’s College London sui cosiddetti AI War Games, recentemente ripreso anche da Le Scienze: simulazioni strategiche e militari in cui modelli linguistici avanzati come GPT, Claude e Gemini sono stati messi di fronte a scenari di tensione, deterrenza ed escalation nucleare.

    La seconda  è Magnifica Humanitas, la recente enciclica di Papa Leone XIV pubblicata il 15 maggio 2026, che affronta il rapporto tra intelligenza artificiale, dignità umana e trasformazione della società contemporanea.

    La terza nasce dall’osservazione di prospettive differenti emerse in contesti professionali e aziendali, probabilmente influenzate da esperienze, sensibilità e basi culturali diverse.

    In alcuni contesti l’AI viene percepita come semplice leva tecnologica, in altri come potenziale fattore dirompente dell’intera organizzazione aziendale.

    A questo si aggiunge la mia esperienza personale nell’impiego dell’AI nei processi SDLC: dall’assistenza allo sviluppo software, fino al supporto nella sicurezza, nella qualità del codice e nell’interpretazione di specifiche funzionali complesse.

    È probabilmente questa prospettiva privilegiata ad avermi fatto comprendere quanto stiamo ancora soltanto sfiorando il potenziale reale del quarto cerchio.

    Pensare al quarto cerchio come a una semplice leva tecnologica, pur essendo in parte corretto, rischia di nascondere la profondità del cambiamento che l’AI ci porterà ad affrontare.

    Perché esistono certamente contesti in cui l’AI è davvero una leva tecnologica.

    • Lo è quando ottimizza una campagna marketing.
    • Lo è quando migliora una classificazione documentale.
    • Lo è quando velocizza un processo ripetitivo.
    • Lo è quando automatizza attività circoscritte senza alterare realmente la struttura dell’organizzazione.

    Ma esistono anche contesti in cui questa definizione smette improvvisamente di bastare.

    Ed è esattamente lì che il tema diventa molto più profondo.

    Quando l’AI smette di essere “solo tecnologia”

    Se un sistema AI entra:

    • nei processi decisionali
    • nello sviluppo software
    • nella progettazione
    • nella sicurezza
    • nella produzione industriale
    • nella gestione operativa
    • nei sistemi militari
    • nella governance aziendale

    allora non stiamo più parlando di semplice automazione.

    Stiamo parlando di una tecnologia che entra direttamente nel sistema nervoso dell’organizzazione.

    Ed è qui che, secondo me, nasce l’errore culturale più grande.

    Molte organizzazioni stanno ancora affrontando l’AI come se fosse:

    • un nuovo framework
    • una nuova piattaforma
    • un nuovo algoritmo
    • un nuovo strumento di produttività

    Ma il punto è che l’AI moderna, soprattutto quella agentica, non si limita a supportare il lavoro umano.

    Lo ridefinisce.

    Ridefinisce:

    • il peso della competenza
    • il valore dell’esperienza
    • il rapporto tra senior e junior
    • il modello organizzativo
    • il concetto stesso di team
    • la distribuzione del potere decisionale
    • la velocità attesa
    • la quantità di controllo umano considerata “necessaria”

    E questo significa che il problema non è più soltanto tecnologico.

    Chi lavora quotidianamente con partner non umani si accorge abbastanza rapidamente di una cosa: questi sistemi sbagliano.

    E spesso lo fanno senza alcuna consapevolezza dell’errore.

    Non ragionano realmente nel senso umano del termine.

    Convergono verso la soluzione statisticamente più plausibile rispetto all’obiettivo assegnato, cercando il percorso più efficace nel minor tempo possibile.

    Ed è proprio qui che emerge il problema.

    Periodicamente mi chiedo cosa accadrà quando non esisteranno più abbastanza persone con l’esperienza necessaria per riconoscere questi scostamenti.

    Perché, nella maggior parte dei casi, non stiamo parlando di errori tecnici evidenti.

    Il codice prodotto è corretto.

    Elegante.

    Ben documentato.

    Capace di superare controlli di sicurezza, verifiche statiche e metriche qualitative anche molto avanzate.

    Eppure, in alcuni casi, non realizza esattamente ciò che avrebbe dovuto fare.

    Lo scostamento può essere minimo.

    Quasi impercettibile.

    Ma sufficiente a produrre conseguenze inattese.

    In fondo anche gli esseri umani operano continuamente per approssimazione.

    La differenza è che questi sistemi lo fanno:

    • in una frazione di secondo
    • su scala enorme
    • con una capacità elaborativa impossibile da seguire completamente
    • Troppo veloce per consentire una valutazione umana continua.
    • Troppo complesso per essere interpretato integralmente.
    • Ed estremamente efficace nella maggior parte dei casi.

    Ed è probabilmente proprio questa efficacia il vero elemento di rischio su cui oggi ci viene chiesto di riflettere.

    Stiamo attraversando una fase intermedia estremamente seducente… e proprio per questo pericolosa.

    Il cambiamento che stiamo attraversando non è più soltanto tecnologico. È antropologico.
    È organizzativo.
    È culturale.
    Ed in alcuni casi persino geopolitico

    I war game dell’AI e il problema della delega cognitiva

    Gli esperimenti recenti sui Khan Game AI mi hanno colpito molto proprio per questo motivo.

    Non tanto perché i modelli abbiano mostrato comportamenti “malvagi” o fantascientifici.

    Ma perché dimostrano una cosa molto più concreta e probabilmente più pericolosa:

    quando inseriamo sistemi AI in contesti caratterizzati da:

    • pressione
    • conflitto
    • escalation
    • incertezza
    • obiettivi competitivi

    questi sistemi iniziano inevitabilmente a partecipare al processo strategico.

    Non sono più semplici strumenti.

    Diventano attori dell’ecosistema decisionale.

    Ed è qui che emerge il vero punto: molti sistemi AI non comprendono il significato umano delle conseguenze delle proprie azioni.

    Ottimizzano.
    Correlano.
    Stimano probabilità.
    Massimizzano obiettivi.

    Il fatto è che gli esseri umani non vivono dentro funzioni obiettivo.

    Vivono dentro sistemi culturali, etici, sociali e relazionali estremamente più complessi.

    Ed è proprio questa distanza che rende pericoloso pensare all’AI come a una semplice estensione neutrale dell’informatica tradizionale.

    Il quarto cerchio

    Da tempo utilizzo la metafora dei “quattro cerchi” per descrivere l’evoluzione degli ecosistemi digitali.

    I primi tre cerchi rappresentano:

    • infrastruttura
    • software/processi
    • persone e organizzazione

    Il quarto cerchio è invece l’AI.

    Ho pensato a lungo al quarto cerchio come a un nuovo livello dell’ecosistema.

    Ma come spesso accade nei sistemi complessi, il nuovo elemento non si limita semplicemente ad aggiungersi agli altri aumentando il valore complessivo.

    Progressivamente si sovrappone ad essi.
    Ne modifica gli equilibri.
    Ridefinisce gli spazi.

    Ed è proprio in questa dinamica che il quarto cerchio assume il ruolo di leva tecnologica dirompente, potenzialmente capace di comprimere — o persino sostituire — il terzo cerchio:
    quello umano.

    Cosi come la rivoluzione industriale ha comportato un radicale mutamento dell’habitat umano questa nuova rivoluzione AI ci porta ad affrontare scenari di trasformazione profonda delle nostre abitudini di vita.

    Può aumentare il già ampio divario digitale tra i popoli, determina un controllo dei processi riservandolo ancora a meno persone, ed è pericolosamente seducente proprio perché facilita e semplifica enormemente i processi umani.

    Ed è qui che, sorprendentemente, ho trovato molto interessante il richiamo contenuto in Magnifica Humanitas.

    Non tanto per l’aspetto religioso.

    Quanto per il concetto implicito di:

    custodia dell’umano.

    Perché il problema non è fermare il progresso tecnologico.

    Il problema è evitare che l’essere umano perda progressivamente:

    • autonomia
    • pensiero critico
    • responsabilità
    • capacità decisionale
    • consapevolezza
    • centralità culturale

    all’interno di ecosistemi sempre più automatizzati.

    La grande illusione organizzativa

    Credo che oggi molte aziende stiano vivendo una fase molto particolare.

    Da una parte comprendono perfettamente il potenziale economico dell’AI.

    Dall’altra continuano però a ragionare usando modelli organizzativi pensati per un mondo pre-agentico.

    Ed è qui che nasce la grande illusione.

    L’illusione che:

    • il lavoro resterà uguale
    • i team resteranno uguali
    • i processi resteranno uguali
    • i ruoli resteranno uguali
    • il management resterà uguale

    mentre nel frattempo l’AI entra silenziosamente:

    • nella scrittura del codice
    • nell’analisi strategica
    • nella produzione documentale
    • nelle decisioni operative
    • nell’assistenza ai clienti
    • nella pianificazione
    • nella governance

    Alcune grandi realtà industriali e digitali stanno già mostrando chiaramente questa direzione:
    organizzazioni più piatte,
    meno intermediazione umana,
    più automazione cognitiva,
    più pressione sulla produttività individuale,
    più centralità dell’orchestrazione rispetto all’esecuzione.

    E sinceramente credo sia ingenuo fingere che tutto questo sia semplicemente “un upgrade tecnologico”.

    Le contromisure

    Ed è qui che entra in gioco il tema più importante.

    Non credo che la soluzione sia rifiutare l’AI.

    Sarebbe inutile.

    Probabilmente persino dannoso.

    Credo invece che servano contromisure.

    Contromisure culturali.
    Contromisure organizzative.
    Contromisure architetturali.
    Contromisure etiche.

    Per evitare che il quarto cerchio riduca progressivamente il raggio del terzo.

    E qui improvvisamente assumono un significato molto diverso concetti come:

    • governance
    • Zero Trust
    • human-in-the-loop
    • segregazione degli ambienti
    • auditabilità
    • explainability
    • AI governance
    • CI/CD controllato
    • supervisione umana
    • trasparenza decisionale

    Perché non sono soltanto pattern tecnici.

    Sono meccanismi di difesa dell’autonomia umana dentro ecosistemi sempre più agentici.

    Custodire il terzo cerchio

    Forse il vero problema non è l’esistenza del quarto cerchio.

    Il vero problema è pensare che il suo ingresso non alteri inevitabilmente l’equilibrio dell’ecosistema.

    Ed è qui che, secondo me, dovremmo iniziare ad essere molto più onesti nel dibattito pubblico e aziendale.

    Perché l’AI non è semplicemente una nuova tecnologia.

    È una tecnologia che modifica il rapporto tra essere umano, decisione, conoscenza e produzione di valore.

    Ed è per questo che oggi la vera sfida non è costruire ecosistemi dominati dall’AI.

    La vera sfida è costruire ecosistemi in cui l’AI continui a rimanere coerente con obiettivi, limiti e valori umani.

    In altre parole:
    dobbiamo evitare che il quarto cerchio cresca comprimendo progressivamente il terzo.

    Perché nel momento in cui il terzo cerchio smette di essere centrale,
    l’ecosistema potrebbe continuare ad essere efficiente… ma iniziare lentamente a perdere la propria umanità.

    Riferimenti



  • Ouverture sul Quarto Cerchio – Atto III Governare la complessità

    Ouverture sul Quarto Cerchio – Atto III Governare la complessità

    In questo ultimo atto dell’Ouverture sul Quarto Cerchio approfondiamo il tema di un contesto in cui piattaforme cloud, modelli open e architetture ibride stanno convergendo, la vera sfida non è più tecnologica, ma architetturale.

    La diffusione di sistemi agentici — composti da componenti autonomi, distribuiti e interconnessi — introduce un livello di complessità che richiede nuovi modelli di governo, capaci di garantire controllo, sicurezza e sostenibilità nel tempo.

    Questo articolo esplora come affrontare questa complessità attraverso una combinazione coerente di pattern architetturali consolidati: Zero Trust, Self-Contained Systems ed Event-Driven Architecture. Una griglia interpretativa che, se applicata con pragmatismo, consente di strutturare sistemi distribuiti mantenendone la governabilità.

    All’interno di questa visione, la CI/CD full Infrastructure as Code emerge come naturale estensione operativa del principio Zero Trust, trasformando sicurezza e controllo in elementi intrinseci del ciclo di vita.

    Più che proporre nuove soluzioni, questo Atto III offre una chiave di lettura: un modo per interpretare e governare la complessità dei moderni ecosistemi cloud-native, mantenendo saldo il legame tra architettura, sicurezza e delivery.

    Ouverture sul Quarto Cerchio – Atto III Governare la complessità

    Quando la tecnologia smette di essere la domanda

    A questo punto, il quadro è completo.

    Abbiamo osservato una convergenza nelle piattaforme cloud, una convergenza nei modelli open e distribuiti, e un’evoluzione verso architetture ibride in cui agenti, modelli e dati si distribuiscono su più livelli.

    La domanda, ormai, non è più tecnologica.
    È architetturale.

    Come si governa un sistema composto da agenti distribuiti, modelli eterogenei e ambienti multipli, mantenendo controllo, sicurezza e conformità?

    Dal modello alla struttura

    Il modello agentico introduce naturalmente autonomia, interazione e distribuzione. È proprio questa sua forza a renderlo complesso da gestire in contesti enterprise.

    Non si tratta solo di far funzionare gli agenti.
    Si tratta di renderli governabili.

    Autonomia operativa, accesso dinamico ai dati, interazioni tra componenti e distribuzione del carico sono tutti elementi che, senza una struttura, tendono rapidamente a sfuggire al controllo.

    Per questo motivo, adottare un modello non basta.
    Serve incapsularlo all’interno di un’architettura coerente.

    Una griglia per governare: ZT–SCS–EDA

    Per affrontare questa complessità, non è necessario inventare nuovi paradigmi. È spesso più efficace combinare pattern già consolidati.

    Tre, in particolare, si integrano in modo naturale:

    Questi tre approcci, combinati, permettono di costruire un sistema distribuito che resta governabile nel tempo.

    Zero Trust: fiducia esplicita, controllo continuo

    In un sistema agentico distribuito, il concetto di perimetro fidato perde significato.

    Ogni componente deve essere considerato potenzialmente non affidabile fino a prova contraria.

    Il principio di Zero Trust — formalizzato anche dal National Institute of Standards and Technology (NIST) — è semplice: non fidarsi mai implicitamente, verificare sempre.

    Questo si traduce in:

    • autenticazione continua
    • controllo granulare degli accessi
    • isolamento tra componenti
    • tracciabilità delle interazioni

    Nel mondo agentico, ogni invocazione di tool, ogni accesso ai dati e ogni scambio tra agenti diventa un evento critico da verificare e registrare.

    Self-Contained Systems: separare per governare

    Se Zero Trust definisce il controllo, i Self-Contained Systems definiscono la struttura.

    Ogni componente viene progettato come un sistema autonomo, con logica, dati e interfacce proprie.

    Applicato agli agenti, questo significa evitare piattaforme centralizzate e monolitiche.

    Un agente — o un gruppo di agenti — diventa un dominio autonomo, con responsabilità chiare e confini ben definiti.

    PrincipioBeneficio
    IsolamentoRiduzione dell’impatto dei problemi
    AutonomiaEvoluzione indipendente
    Dati localiMaggiore controllo e compliance
    Interfacce chiareRiduzione dell’accoppiamento

    Questa impostazione rende il sistema più resiliente e più facile da governare.

    Event-Driven Architecture: coordinare senza legare

    Se i sistemi sono autonomi, serve un modo per coordinarli senza accoppiarli.

    L’Event-Driven Architecture risponde a questa esigenza introducendo un modello basato su eventi.

    I componenti non si chiamano direttamente.
    Reagiscono a ciò che accade.

    Questo approccio consente di:

    • orchestrare flussi complessi
    • gestire stati distribuiti
    • integrare componenti eterogenei
    • reagire dinamicamente ai cambiamenti
    ApproccioEffetto
    Comunicazione a eventiRiduzione accoppiamento
    AsincroniaMaggiore scalabilità
    ReattivitàAdattabilità del sistema
    DisaccoppiamentoMaggiore resilienza

    In un ecosistema agentico, questo è il tessuto connettivo che rende possibile la distribuzione.

    Una sintesi operativa

    La combinazione dei tre pattern produce una struttura chiara:

    PatternRuolo
    Zero TrustControllo e sicurezza
    SCSStruttura e responsabilità
    EDACoordinamento e flessibilità

    Il risultato è un sistema in cui ogni componente è controllato, ogni responsabilità è esplicita e ogni interazione è tracciabile.

    Il ruolo dell’enterprise architecture

    A questo punto emerge una distinzione fondamentale.

    L’enterprise architecture non ha il compito di scegliere strumenti o piattaforme.
    Ha il compito di dare forma al sistema.

    Questo significa definire come gli elementi vengono:

    • isolati
    • integrati
    • governati
    • evoluti nel tempo

    Il modello agentico resta invariato.
    È l’architettura a determinarne il valore reale.

    Il pragmatismo come competenza chiave

    C’è però un elemento che non può essere ignorato.

    Se Zero Trust rappresenta ormai un riferimento difficilmente discutibile, lo stesso non vale — in senso assoluto — per SCS ed EDA.

    Questi pattern sono estremamente efficaci, ma non universali.

    Devono essere adattati.

    Ogni contesto introduce vincoli: organizzativi, tecnologici, normativi. Applicare rigidamente un modello può portare a soluzioni eleganti sulla carta, ma fragili nella realtà.

    Un’architettura efficace nasce dalla capacità di interpretare, non di applicare.

    Il ruolo dell’architetto è quindi quello di scegliere consapevolmente:

    • quando aderire
    • quando semplificare
    • quando discostarsi

    E soprattutto, rendere esplicite queste decisioni.

    Zero Trust e CI/CD full Infrastructure as Code

    Se Zero Trust viene preso sul serio, allora cambia anche il modo in cui si costruisce e si evolve l’architettura.

    Non basta proteggere l’accesso ai sistemi.
    Serve controllare anche come questi sistemi vengono modificati.

    Da qui emerge una conseguenza naturale: l’adozione di una CI/CD full Infrastructure as Code.

    Framework e pratiche come Terraform, Pulumi o pipeline su GitHub Actions rendono possibile questo approccio.

    ElementoApproccio tradizionaleApproccio IaC
    ConfigurazioneManualeVersionata
    ModificheNon tracciateTracciabili
    SicurezzaA posterioriIntegrata
    AuditComplessoNativo

    In questo modello, infrastruttura, configurazioni, identità e policy diventano artefatti versionati.

    Zero Trust smette di essere solo un principio di sicurezza.
    Diventa un principio di ingegnerizzazione del ciclo di vita.

    Architetture agentiche in contesti reali

    Quando questi principi vengono applicati, emergono alcuni pattern ricorrenti.

    In contesti cloud-native regolati, gli agenti operano su piattaforme hyperscaler, con accessi controllati, domini separati e coordinamento a eventi.

    In scenari ibridi, i dati sensibili restano localmente, mentre il cloud viene utilizzato per capacità di elaborazione avanzata. L’architettura separa chiaramente responsabilità e flussi.

    Nei contesti più evoluti, gli agenti si distribuiscono tra cloud, infrastrutture HPC e workstation locali, creando pool dinamici di elaborazione.

    In tutti questi casi, ciò che cambia non è il modello agentico.
    È il modo in cui viene governato.

    Governare la complessità

    Il pattern ZT–SCS–EDA non è una formula.

    È una lente.

    Permette di leggere la complessità, strutturarla e renderla governabile.

    All’interno di questa lente:

    • Zero Trust rappresenta il principio non negoziabile
    • SCS ed EDA offrono strumenti potenti, da adattare con consapevolezza

    La CI/CD full IaC diventa il meccanismo operativo che rende tutto questo concreto.

    Alla fine, il lavoro dell’architetto non è applicare modelli.

    È costruire sistemi che funzionano davvero.
    E mantenere, nel tempo, l’equilibrio tra visione e realtà.

    Conclusione — Il governo della complessità come nuova competenza

    Il Quarto Cerchio non introduce semplicemente una nuova tecnologia.
    Introduce una nuova condizione.

    Una condizione in cui sistemi, modelli e agenti non sono più elementi isolati, ma parti attive di un ecosistema dinamico, distribuito e in continua evoluzione.

    In questo scenario, la complessità non è un effetto collaterale.
    È una proprietà intrinseca del sistema.

    E come tale, non può essere eliminata.
    Può solo essere governata.

    Oltre il modello, verso la responsabilità architetturale

    Abbiamo visto come il modello agentico abiliti nuove capacità: autonomia, adattabilità, interazione continua tra componenti.

    Ma è altrettanto evidente che queste stesse capacità, senza una struttura adeguata, rischiano di trasformarsi in fragilità.

    È qui che entra in gioco l’architettura.

    Non come esercizio teorico, ma come disciplina operativa.
    Non come scelta tecnologica, ma come responsabilità.

    Governare significa definire confini, rendere esplicite le interazioni, controllare le evoluzioni.

    Significa trasformare un insieme di componenti intelligenti in un sistema affidabile.

    Un equilibrio da costruire nel tempo

    Il pattern ZT–SCS–EDA, insieme alla CI/CD full Infrastructure as Code, non rappresenta una soluzione definitiva.

    Rappresenta un equilibrio.

    Un equilibrio tra:

    • autonomia e controllo
    • distribuzione e coerenza
    • flessibilità e sicurezza

    Un equilibrio che non si raggiunge una volta sola, ma che va costruito e mantenuto nel tempo.

    Ogni evoluzione del sistema, ogni nuovo agente, ogni integrazione introduce nuove variabili.
    E richiede nuove scelte.

    Il ruolo dell’architetto nel Quarto Cerchio

    In questo contesto, il ruolo dell’architetto evolve.

    Non è più solo colui che disegna sistemi.
    Diventa colui che ne governa il comportamento nel tempo.

    Un interprete della complessità.

    Qualcuno capace di leggere pattern, adattarli al contesto, renderli sostenibili.
    Qualcuno che non nasconde le deviazioni, ma le comprende e le governa.

    Perché, nel Quarto Cerchio, la differenza non sta nell’adottare un modello.

    Sta nel saperlo rendere reale.

    Uno sguardo oltre

    Se il Primo Atto ha introdotto il cambiamento,
    se il Secondo ha mostrato la trasformazione in atto,
    questo Terzo Atto ne ha definito il governo.

    Ma il percorso non si ferma qui.

    Perché governare la complessità è solo il primo passo.

    La vera sfida, ora, sarà comprendere come questa complessità possa diventare valore.
    Come possa essere resa accessibile, utilizzabile, condivisibile.

    E soprattutto, come possa essere guidata non solo dall’architettura, ma dalle persone che ne fanno parte.


  • Ouverture sul Quarto Cerchio – Atto II – Oltre il cloud

    Ouverture sul Quarto Cerchio – Atto II – Oltre il cloud

    Partendo dalla convergenza osservata nel primo atto, la domanda che emerge è inevitabile: questo modello è davvero confinato alle piattaforme cloud?

    Osservando ciò che sta accadendo al di fuori di questo perimetro, la risposta appare più articolata. Il cloud ha rappresentato il primo punto di sintesi, ma non è più l’unico spazio in cui questi pattern evolvono.

    Sta emergendo qualcosa di più ampio. Un movimento che non sostituisce il cloud, ma lo supera, integrandolo in un contesto più distribuito e flessibile.

    Ouverture sul Quarto Cerchio – Atto II – Oltre il cloud

    Gli stessi pattern, fuori dal cloud

    Se si sposta lo sguardo verso framework open source e ambienti locali, emerge una seconda forma di convergenza, meno evidente ma altrettanto significativa.

    Framework come LangChain, LangGraph e AutoGen non nascono come piattaforme integrate, ma come strumenti di composizione. Consentono di costruire esplicitamente ciò che nel cloud viene spesso incapsulato: orchestrazione dei flussi, integrazione con strumenti esterni, meccanismi di retrieval e gestione del contesto.

    Il modello, ancora una volta, resta lo stesso.
    Cambia il modo in cui viene reso disponibile.

    Nel cloud è integrato.
    Nel mondo open è costruito.

    Framework integrati ed ecosistemi

    Accanto ai framework open, stanno emergendo soluzioni più integrate, spesso promosse dagli hyperscaler.

    Un esempio è rappresentato da Microsoft Agent Framework, che introduce un livello di orchestrazione più strutturato e profondamente integrato con l’ecosistema Microsoft.

    Questi strumenti non si contrappongono ai framework open source. Si collocano su un piano diverso. Rendono il modello più immediatamente utilizzabile, integrandolo con servizi, identità e strumenti già presenti nelle organizzazioni.

    Anche in questo caso, il modello non cambia.
    Cambia il livello di astrazione.

    Linguaggi ed ecosistemi di sviluppo

    In questo scenario, anche il linguaggio utilizzato assume un ruolo rilevante.

    Ecosistemi come Python continuano a dominare nella sperimentazione e nella prototipazione, grazie alla disponibilità di librerie mature e alla velocità di sviluppo.

    Ambienti come .NET e Java risultano invece più naturali in contesti enterprise, dove l’integrazione con sistemi esistenti e i requisiti normativi sono già consolidati.

    La scelta del linguaggio non è quindi solo tecnica.
    Influenza direttamente il modo in cui il modello viene implementato, integrato e governato.

    Interoperabilità e apertura

    Questo livello crescente di integrazione non implica necessariamente chiusura. Al contrario, sta emergendo una crescente attenzione verso modelli di interoperabilità.

    Protocolli come Model Context Protocol e pattern emergenti di comunicazione tra agenti rendono possibile costruire sistemi in cui modelli, strumenti e componenti non appartengono a un unico ecosistema.

    Non si tratta più di piattaforme chiuse.
    Si tratta di ecosistemi che cercano un equilibrio tra integrazione e apertura.

    Perché nasce l’ibrido

    A questo punto entra in gioco un elemento già emerso nel primo atto: l’efficienza.

    L’utilizzo esclusivo di modelli di grandi dimensioni, orchestrati in cloud, non è sempre sostenibile. Non lo è in termini di costi, latenza, controllo e prevedibilità operativa.

    Per questo motivo iniziano a emergere architetture ibride. Architetture in cui modelli più leggeri gestiscono task specifici, componenti locali riducono il carico e il cloud viene utilizzato in modo selettivo.

    Non si tratta di sostituire il cloud.
    Si tratta di usarlo in modo più mirato.

    Hardware locale: il ritorno del calcolo vicino al dato

    Questo scenario riporta al centro anche il tema dell’hardware.

    L’evoluzione delle GPU e dei sistemi compatti ha reso possibile portare capacità di calcolo significative anche in ambienti locali. Workstation dotate di GPU NVIDIA, desktop AI-ready e micro-pc ad alte prestazioni consentono oggi di eseguire modelli direttamente vicino al dato.

    Queste soluzioni si affiancano a infrastrutture più strutturate, come centri HPC o piattaforme dedicate come Intacture.

    Ne emerge un continuum architetturale:

    LivelloRuolo principale
    Edge / Micro PCLatenza minima, task locali
    Workstation GPUElaborazioni complesse on-site
    HPC / infrastruttureCarichi intensivi controllati
    Cloud hyperscalerScalabilità e modelli avanzati

    Verso sistemi distribuiti di agenti

    In questo contesto emerge un ulteriore passo evolutivo.

    I sistemi agentici non sono più componenti isolati, ma pool distribuiti di capacità. Agenti diversi possono operare su cloud pubblici, ambienti multi-cloud, sistemi locali o infrastrutture dedicate, coordinati da logiche di orchestrazione.

    Questo permette di costruire architetture in cui ogni componente viene scelto in funzione del contesto, dei vincoli normativi e degli obiettivi di efficienza.

    Non è più una questione di scegliere una piattaforma.
    È una questione di orchestrare un ecosistema.

    Il ruolo del sistema operativo

    In questo scenario, il sistema operativo torna a essere un elemento architetturale rilevante.

    Se nel paradigma cloud il sistema operativo è stato progressivamente astratto, nei contesti locali e ibridi riemerge come layer di controllo e integrazione.

    Distribuzioni Linux rappresentano oggi lo standard de facto per ambienti AI-ready. Offrono flessibilità, controllo sulle risorse hardware e integrazione nativa con container e runtime moderni.

    Il sistema operativo non è più solo un ambiente di esecuzione. Diventa il punto di convergenza tra:

    • hardware (GPU, CPU, acceleratori)
    • runtime (container, orchestratori)
    • framework applicativi
    • tool di sviluppo e osservabilità

    In un’architettura distribuita, il sistema operativo definisce il perimetro operativo entro cui questi elementi possono cooperare.

    Matrice di convergenza atto I

    Nel primo atto abbiamo introdotto una matrice di convergenza. Nel contesto distribuito, questa matrice si estende oltre il cloud e consente di mappare anche framework open e soluzioni locali.

    Possiamo rileggerla attraverso quattro dimensioni principali:

    DimensioneDescrizione
    ModelloCapacità di eseguire e gestire modelli AI
    OrchestrazioneGestione dei flussi, degli agenti e delle interazioni
    IntegrazioneConnessione con dati, API e strumenti esterni
    RuntimeAmbiente di esecuzione (cloud, container, locale)

    Matrice di convergenza dei framework

    Applicando questa matrice ai principali framework e strumenti, emerge chiaramente il loro posizionamento.

    Strumento / FrameworkModelloOrchestrazioneIntegrazioneRuntime
    LangChainMedioMedioAltoLocale/Cloud
    LangGraphMedioAltoMedioLocale/Cloud
    AutoGenMedioAltoMedioLocale/Cloud
    Microsoft Agent FrameworkAltoAltoAltoCloud/Hybrid

    Questa lettura evidenzia un aspetto chiave: nessuno di questi strumenti copre completamente tutte le dimensioni in modo uniforme.

    La differenza non è nel modello, ma nel livello di astrazione e integrazione.

    Il livello runtime: dal container al sistema distribuito

    Il runtime rappresenta il punto di contatto tra astrazione e realtà operativa.

    Nei contesti moderni, questo livello è spesso basato su container e orchestratori come Kubernetes.

    Il runtime consente di:

    • distribuire componenti su ambienti diversi
    • isolare carichi di lavoro
    • scalare dinamicamente
    • gestire resilienza e fault tolerance

    In un ecosistema distribuito, il runtime diventa il tessuto connettivo tra cloud e ambienti locali.

    Soluzioni locali ed enterprise

    Il concetto di “locale” non si limita più al singolo dispositivo. Include un ampio spettro di soluzioni, che vanno dal micro-pc fino alle infrastrutture enterprise.

    Possiamo sintetizzarle nel seguente schema:

    TipologiaEsempi concretiRuolo principale
    Edge / Micro PCNUC, Raspberry PiElaborazione vicino al dato
    Workstation AIPC con GPU NVIDIASviluppo e inferenza avanzata
    Server on-premCluster aziendaliControllo e compliance
    HPC / infrastruttureIntactureCarichi intensivi e simulazioni
    Private cloudKubernetes on-premScalabilità interna controllata

    Queste soluzioni non sostituiscono il cloud. Lo completano.

    Permettono di distribuire i carichi in funzione di:

    • latenza
    • costi
    • requisiti normativi
    • sensibilità del dato

    Modelli specializzati e orchestrazione adattiva

    Nel contesto delle architetture ibride, emerge una necessità sempre più evidente: non tutti i modelli devono fare tutto.

    L’utilizzo di modelli generalisti, spesso di grandi dimensioni e tipicamente eseguiti in cloud, rappresenta una soluzione potente ma non sempre efficiente. In molti scenari, è possibile ottenere risultati migliori — in termini di latenza, costi e controllo — attraverso l’adozione di modelli specializzati, progettati per rispondere a esigenze specifiche.

    Questi modelli possono essere ottimizzati per task ben definiti: classificazione, estrazione di informazioni, analisi semantica mirata o inferenza su dataset circoscritti. La loro dimensione ridotta e la maggiore prevedibilità li rendono particolarmente adatti all’esecuzione in ambienti locali o on-premise.

    In questo scenario, il valore non risiede nel singolo modello, ma nella capacità di orchestrare dinamicamente più modelli, ciascuno attivato in funzione del contesto.

    Framework come LangChain , LangGraph e Microsoft Agent Framework permettono di costruire workflow in cui:

    • modelli locali gestiscono le operazioni più frequenti e a bassa complessità
    • modelli specializzati intervengono su task mirati
    • modelli avanzati in cloud vengono attivati solo quando necessario

    In particolare, mentre LangChain e LangGraph offrono maggiore flessibilità compositiva, Microsoft Agent Framework introduce un livello più strutturato e integrato, particolarmente adatto a contesti enterprise dove identità, sicurezza e integrazione con servizi esistenti giocano un ruolo centrale.

    Questo approccio consente di introdurre una logica di orchestrazione adattiva, in cui il sistema decide dinamicamente dove e come eseguire ogni componente.

    Il risultato è un utilizzo più efficiente delle risorse disponibili:

    Tipo di modelloPosizionamento tipicoRuolo principale
    Modelli leggeriLocale / edgeTask frequenti, bassa latenza
    Modelli specializzatiLocale / on-premFunzioni mirate e ottimizzate
    Modelli generalistiCloudTask complessi, ragionamento avanzato

    In questo contesto, il cloud non scompare.
    Diventa una risorsa strategica, da attivare in modo selettivo.

    L’architettura non è più definita da un’unica scelta tecnologica, ma da una strategia di utilizzo consapevole delle capacità disponibili.

    È qui che il concetto di ecosistema distribuito trova la sua piena espressione: non come somma di componenti, ma come sistema orchestrato in grado di adattarsi al contesto operativo.

    Esempi di modelli specializzati in architetture ibride

    Per comprendere davvero il valore delle architetture ibride, è utile osservare come diversi tipi di modelli possano essere impiegati in modo complementare.

    Non esiste un modello unico ottimale per tutti gli scenari. Esistono invece combinazioni efficaci, costruite in funzione del contesto operativo.

    Modelli locali per task specifici

    In ambienti locali o on-premise, trovano spazio modelli più leggeri e specializzati, progettati per operare con risorse limitate e garantire tempi di risposta ridotti.

    Modelli come Llama 3 (nelle sue varianti più compatte) o Mistral 7B rappresentano esempi concreti. Possono essere eseguiti su workstation dotate di GPU o anche su infrastrutture più contenute, mantenendo buone capacità di inferenza.

    Questi modelli sono particolarmente adatti per:

    • classificazione di documenti
    • estrazione di entità
    • generazione controllata di contenuti
    • assistenza interna su dataset aziendali

    Il loro valore risiede nella prevedibilità e nel controllo.

    Modelli specializzati per funzioni mirate

    Accanto ai modelli generalisti compatti, esistono modelli progettati per task specifici.

    Ad esempio:

    • Sentence-BERT per la generazione di embedding e la similarità semantica
    • Whisper per la trascrizione audio
    • YOLO per il riconoscimento visivo

    Questi modelli possono essere integrati direttamente nei workflow locali, riducendo la necessità di inviare dati verso il cloud.

    Sono fondamentali quando:

    • la latenza è critica
    • i dati sono sensibili
    • il task è ben definito

    Modelli avanzati in cloud per capacità estese

    Per task più complessi, che richiedono capacità di ragionamento avanzato o conoscenza generalista, entrano in gioco modelli eseguiti in cloud.

    Modelli come GPT-4 o Claude rappresentano esempi di riferimento.

    Questi modelli vengono tipicamente utilizzati per:

    • generazione complessa di contenuti
    • analisi articolate
    • supporto decisionale
    • orchestrazione logica di task multipli

    In un’architettura ibrida, il loro utilizzo è intenzionalmente selettivo.

    Un esempio di orchestrazione ibrida

    Per rendere più concreto il modello, consideriamo un flusso tipico.

    FaseModello utilizzatoPosizionamento
    Ingestione documentoMistral 7BLocale
    Estrazione embeddingSentence-BERTLocale
    Ricerca semanticaMotore localeLocale
    Generazione rispostaGPT-4Cloud
    Post-processingModello leggero localeLocale

    In questo scenario:

    • il cloud interviene solo nel momento di maggiore valore
    • il carico operativo resta distribuito
    • i dati sensibili possono essere gestiti localmente

    Verso una strategia di selezione dei modelli

    Questi esempi evidenziano un principio chiave: la progettazione non parte dal modello, ma dal contesto.

    La scelta deve considerare:

    FattoreImpatto sulla scelta del modello
    LatenzaFavorisce modelli locali
    CostiRiduce uso continuo del cloud
    Sensibilità datiSpinge verso esecuzione on-prem
    Complessità taskRichiede modelli avanzati
    ScalabilitàFavorisce integrazione con cloud

    L’architettura ibrida nasce esattamente da questo bilanciamento.

    Non esiste un “modello migliore”.
    Esiste una combinazione ottimale di modelli, orchestrata in funzione del contesto.
    È questo passaggio che trasforma un insieme di strumenti in un ecosistema distribuito.


    Atto II – Chiusura

    Nel corso di questo atto abbiamo progressivamente spostato il punto di osservazione.

    Dal cloud come centro della convergenza, siamo passati a un ecosistema più ampio, in cui modelli, framework, runtime e infrastrutture cooperano su più livelli. Abbiamo visto come gli stessi pattern emergano anche al di fuori delle piattaforme integrate, prendendo forma attraverso strumenti di composizione, architetture ibride e sistemi distribuiti.

    Abbiamo osservato il ritorno del sistema operativo come layer abilitante, la centralità del runtime come tessuto connettivo e il ruolo sempre più rilevante di modelli specializzati, orchestrati in funzione del contesto. Il cloud non scompare, ma viene ricollocato: da piattaforma dominante a risorsa strategica.

    Ne emerge un cambio di paradigma.

    Non si tratta più di progettare applicazioni su una piattaforma.
    Si tratta di orchestrare ecosistemi distribuiti, in cui ogni componente può risiedere in un punto diverso del continuum architetturale.

    Ed è proprio qui che la complessità raggiunge il suo livello più alto.

    Perché se la tecnologia ha trovato una forma di convergenza, la governance non è ancora definita con la stessa chiarezza.

    Come si gestiscono identità e accessi in un sistema distribuito tra cloud, on-premise ed edge?
    Come si garantiscono sicurezza, compliance e osservabilità quando i modelli operano su livelli diversi?
    Come si controllano costi, prestazioni e comportamento di un sistema che si adatta dinamicamente?

    La domanda, a questo punto, non è più tecnologica.

    È organizzativa. È architetturale. È strategica.

    È la domanda che apre il prossimo atto:

    Come si governa un ecosistema distribuito?


  • Ouverture sul Quarto Cerchio – Atto I – Convergenza

    Ouverture sul Quarto Cerchio – Atto I – Convergenza

    Negli ultimi mesi, il concetto di Agentic AI è emerso come uno dei temi centrali nell’evoluzione dei sistemi informativi. Ma al di là dell’hype, ciò che sta realmente prendendo forma è una convergenza strutturale tra piattaforme cloud, framework open e architetture distribuite.

    Questo articolo propone una lettura in tre atti: prima osservando la convergenza dei modelli nelle piattaforme hyperscaler, poi esplorando scenari ibridi e distribuiti orientati all’efficienza, e infine riportando il tutto nel contesto enterprise, dove entrano in gioco vincoli di governance, sicurezza e conformità.

    Il risultato è una prospettiva unitaria in cui gli agenti non sono più semplici componenti applicativi, ma elementi infrastrutturali, da progettare e governare attraverso pattern architetturali come Zero Trust, Self-Contained Systems ed Event-Driven Architecture, supportati da pratiche CI/CD e Infrastructure as Code.


    Ouverture sul Quarto cerchio – Atto I – Convergenza

    Negli articoli precedenti sul Quarto Cerchio abbiamo osservato come l’AI stia progressivamente smettendo di essere uno strumento per diventare una dimensione strutturale dell’ecosistema aziendale.

    Un ecosistema che comprende software, piattaforme, dati, ma anche processi, persone e modelli operativi.

    L’Interludio ci ha portato a fermarci un momento, a osservare il contesto, a prendere distanza dal rumore.

    Ora è tempo di riprendere il tema.

    Questa Ouverture nasce da una domanda che negli ultimi mesi è diventata inevitabile:
    che cosa sta realmente emergendo sotto il termine “Agentic AI”?

    Non come hype o come funzionalità di prodotto, ma come possibile nuova baseline tecnologica.

    C’è però un aspetto che cambia radicalmente il modo in cui questo tema va affrontato.

    Se osserviamo gli agenti dal punto di vista di un appassionato o di un contesto sperimentale, le opzioni disponibili sembrano quasi illimitate.

    Ma in un ecosistema aziendale — soprattutto in ambiti regolati — la realtà è diversa.

    Normative come NIS2, DORA e framework emergenti come ISO/IEC 42001 introducono vincoli concreti su:

    • gestione del dato
    • tracciabilità
    • localizzazione
    • auditabilità

    In questo contesto, la domanda non è più “cosa è possibile fare”, ma: quali opzioni restano realmente praticabili.

    Allo stesso tempo, sta emergendo un secondo fattore, meno visibile ma altrettanto rilevante: l’efficienza.

    L’utilizzo intensivo di modelli di grandi dimensioni non è sempre sostenibile — né economicamente né operativamente — soprattutto quando gli agenti entrano in cicli iterativi o in scenari ad alta frequenza di invocazione.

    Per questo motivo, iniziano a diffondersi approcci che affiancano ai modelli enterprise:

    • modelli più leggeri, specializzati e a basso consumo di token
    • esecuzioni distribuite tra cloud e ambienti locali
    • logiche di orchestrazione ibride, in cui il modello “giusto” viene scelto in funzione del contesto

    A questo punto è utile chiarire una scelta di campo.

    In questa analisi prenderemo come riferimento principale le piattaforme cloud.

    Non perché rappresentino l’unica opzione possibile, ma per alcuni motivi molto concreti:

    • una conoscenza diretta e consolidata di questi ambienti
    • il fatto che rappresentano oggi la più ampia capacità di calcolo distribuito disponibile a livello globale
    • la presenza di framework e riferimenti consolidati per la conformità normativa su scala nazionale ed europea

    Gli hyperscaler non sono solo fornitori di servizi, ma i principali punti di convergenza dove innovazione, scalabilità, integrazione e compliance vengono portate rapidamente a maturità.

    Questo non esclude — anzi, rende ancora più interessante — la valutazione di scenari ibridi, in cui capacità computazionale e servizi possono essere distribuiti tra cloud pubblici e piattaforme dedicate.

    Un esempio concreto, nel contesto italiano, è rappresentato da Intacture, piattaforma ad alta intensità computazionale sviluppata nell’ambito dell’iniziativa Trentino DataMine, fortemente voluta e supportata dal gruppo Dedagroup, che offre servizi avanzati, inclusi quelli legati alla GenAI.

    Non si tratta quindi di scegliere tra cloud o alternative locali.
    Si tratta di comprendere come queste opzioni possano coesistere in architetture ibride.

    Per questo motivo, partiremo da ciò che viene proposto dai grandi player in ambito AI agentico, per poi osservare come queste capability possano essere estese, integrate o ribilanciate in contesti più articolati.

    We can divide this history into distinct periods:

    Opera in tre atti

    Per provare a mettere ordine in questo scenario, questa Ouverture è articolata in tre atti, ciascuno osservato da una prospettiva diversa ma complementare.

    Nel primo atto analizzeremo la convergenza che sta emergendo nelle principali piattaforme cloud, osservando come gli hyperscaler stiano costruendo, con approcci differenti, una base tecnologica sorprendentemente simile per lo sviluppo di sistemi agentici.

    Nel secondo atto faremo un passo laterale, uscendo dal perimetro del cloud per osservare gli stessi pattern nel mondo dei framework open source e degli ambienti locali, dove le stesse capability emergono in forma più esplicita, meno astratta e spesso più flessibile.

    Infine, nel terzo atto, riporteremo queste osservazioni nel contesto enterprise, per comprendere come questa convergenza venga filtrata, vincolata e resa operativa attraverso architetture, processi e modelli di governance.

    La scelta di rappresentare questo percorso in tre atti non è casuale.

    È un modo per rendere leggibile un fenomeno che, osservato nel suo insieme, rischia di apparire frammentato:
    partire dall’offerta delle piattaforme, attraversare le alternative più flessibili e arrivare infine al punto in cui tutto questo deve essere governato.

    L’obiettivo non è confrontare tecnologie, ma leggere un fenomeno:
    capire se stiamo osservando una semplice evoluzione di strumenti o l’emergere di una nuova base infrastrutturale.

    🎼 Atto I – La matrice di convergenza

    Partendo da questo contesto, abbiamo provato a osservare direttamente cosa stanno proponendo le principali piattaforme cloud in ambito agentico.

    Non attraverso confronti teorici, ma guardando ai servizi reali messi a disposizione dai principali hyperscaler: Amazon Web Services, Microsoft Azure, Google Cloud e Oracle Cloud Infrastructure.

    L’analisi, almeno inizialmente, non è lineare.

    Ogni piattaforma utilizza un proprio linguaggio, propone livelli di astrazione differenti e integra queste capability in modo profondamente legato al proprio ecosistema.

    In alcuni casi si parla esplicitamente di agenti, in altri di estensioni, workflow o servizi intelligenti. Anche l’integrazione con dati e sistemi esterni viene raccontata con terminologie diverse, spesso difficili da confrontare direttamente.

    A prima vista, il panorama appare frammentato.

    Uno sguardo ai servizi

    Se però entriamo nel dettaglio, iniziano a emergere elementi interessanti. Su Amazon Web Services, servizi come Agents for Bedrock si presentano come un layer capace di orchestrare modelli, integrare basi di conoscenza e invocare servizi esterni, mantenendo uno stretto legame con l’ecosistema AWS.

    Nel caso di Microsoft Azure, le capability agentiche si distribuiscono tra Azure AI Agent Service e l’intero stack Copilot, con una forte integrazione con identità, strumenti di sviluppo e piattaforme di produttività già presenti in azienda.

    Su Google Cloud, soluzioni come Vertex AI Agents ed Extensions propongono un modello più aperto, orientato all’interoperabilità con framework esterni e alla composizione di capacità distribuite.

    Infine, Oracle Cloud Infrastructure esplicita in modo molto diretto le componenti agentiche, introducendo servizi in cui tool, dati e orchestrazione diventano primitive dichiarate della piattaforma.

    Dal catalogo dei servizi al modello

    A questo punto, qualcosa cambia.

    Al di là dei nomi e delle differenze di presentazione, osservando questi servizi in modo trasversale emerge un pattern ricorrente.

    Le stesse capability riappaiono, con forme diverse ma con responsabilità sorprendentemente simili.

     Ciò che inizialmente sembrava frammentazione inizia a rivelare una struttura.

    È proprio da questa osservazione che emerge la matrice di convergenza.

    I blocchi che si ripetono

    Analizzando le diverse piattaforme, è possibile identificare alcuni elementi fondamentali che si ripresentano sistematicamente.

    Un primo blocco è rappresentato da un runtime agentico, ovvero un componente capace di orchestrare sequenze di azioni, mantenere stato e coordinare l’interazione tra modello, strumenti e dati.

    Accanto a questo, emerge la presenza di meccanismi di tool calling, che permettono all’agente di invocare sistemi esterni — API, servizi applicativi, funzioni — in modo strutturato e controllato.

    Un terzo elemento ricorrente è rappresentato dai pattern di RAG (Retrieval-Augmented Generation), che collegano il modello a basi di conoscenza, rendendo possibile un grounding contestuale delle risposte e delle azioni.

    Infine, tutte le piattaforme si appoggiano a un data backbone ibrido, che combina dati strutturati e rappresentazioni vettoriali, spesso distribuiti su più livelli di storage.

    A questo punto emerge una prima conclusione chiave:

    • L’agente non è un chatbot avanzato.
    • È un runtime di coordinamento tra modello, strumenti e dati.

    La matrice di convergenza

    Questi elementi possono essere sintetizzati in una matrice che rende esplicita la convergenza osservata:

    La matrice di convergenza

    Questi elementi possono essere sintetizzati in una matrice che rende esplicita la convergenza osservata:

    BloccoAmazon Web ServicesMicrosoft AzureGoogle CloudOracle Cloud Infrastructure
    Agent runtimeAgents for BedrockAzure AI Agent Service / CopilotVertex AI AgentsOCI Generative AI Agents
    Tool callingLambda, API GatewayAzure Functions, Logic AppsCloud Functions, ExtensionsOCI Functions
    RAG / groundingKnowledge Bases for BedrockAzure AI SearchVertex AI Search / RAG EngineOCI Search
    Data backboneS3, DynamoDB, Vector DBData Lake, Cosmos DB, Vector SearchBigQuery, Vector SearchAutonomous DB, Vector

    Questa rappresentazione semplifica un punto fondamentale.

    Non stiamo osservando funzionalità isolate, ma un modello che si ripete.

    Un modello che emerge indipendentemente dal vendor e che tende a stabilizzarsi.

    Una lettura architetturale

    Se rileggiamo questa matrice in chiave architetturale, emerge una separazione molto netta delle responsabilità:

    • il runtime governa il flusso
    • i tool estendono le capacità operative
    • il retrieval collega il sistema al contesto informativo
    • il backbone dati garantisce consistenza e persistenza

    Emerge quindi una struttura convergente, replicabile, scalabile, governabile in contesti enterprise ed in qualche modo indipendente almeno concettualmente dalla proposta dell’hyperscaler specifico, se ben organizzata a livello architetturale

    La divergenza nella gestione della compliance

    Se la struttura tecnica tende a convergere, il tema della compliance introduce un ulteriore livello di differenziazione, meno visibile ma estremamente rilevante in contesti enterprise.

    Le normative di riferimento restano le stesse — come NIS2, DORA o gli standard emergenti come ISO/IEC 42001 — ma il modo in cui queste vengono supportate varia sensibilmente tra le piattaforme.

    In alcuni casi, i meccanismi di controllo sono profondamente integrati nei servizi: identità, autorizzazioni, logging e tracciabilità diventano parte naturale del funzionamento dei sistemi agentici. Questo rende più immediata l’adozione in contesti regolati, perché molti requisiti sono già incorporati nella piattaforma.

    In altri scenari, invece, la piattaforma mantiene un approccio più neutro e flessibile. Le stesse capability sono disponibili, ma richiedono una composizione esplicita: è l’architettura a dover costruire il livello di governance necessario, definendo regole, controlli e processi.

    Questo introduce una differenza sottile ma fondamentale.

    Non cambia la possibilità di essere compliant, ma cambia il punto in cui la responsabilità viene esercitata.

    In un caso è prevalentemente incorporata nella piattaforma.
    Nell’altro è distribuita tra architettura, processi e team.

    E questo ha un impatto diretto non solo sulla progettazione, ma anche sulla gestione operativa, sull’audit e sulla sostenibilità nel tempo delle soluzioni adottate.

    Una scelta che resta contestuale

    A questo punto, la domanda naturale non è quale piattaforma scegliere in assoluto, ma quale approfondire in relazione al contesto specifico in cui ci si muove.

    Le differenze che emergono — in termini di integrazione, apertura, gestione della compliance e modelli operativi — non definiscono una gerarchia, ma delineano scenari di adozione differenti.

    In alcuni casi, può essere naturale orientarsi verso piattaforme che offrono un elevato livello di integrazione e una maggiore aderenza ai requisiti enterprise già a livello di servizio.

    In altri, può risultare più efficace approfondire soluzioni che privilegiano flessibilità e composizione, soprattutto quando l’obiettivo è costruire architetture ibride o mantenere un maggiore controllo sui singoli componenti.

    Per questo motivo, più che cercare una scelta definitiva, ha senso affrontare il tema con un approccio progressivo:
    analizzare le proposte dei singoli hyperscaler, comprenderne i modelli operativi e valutare come questi si inseriscono nel proprio contesto architetturale, normativo e organizzativo.

    • Non esiste una piattaforma “giusta” in senso assoluto.
    • Esiste una piattaforma più coerente rispetto al problema che si sta cercando di risolvere.

    Ma questa convergenza, così evidente nel cloud, è davvero limitata a questo perimetro?

    Nel secondo atto proveremo ad allargare lo sguardo, esplorando scenari in cui queste stesse logiche vengono applicate al di fuori delle piattaforme hyperscaler.

    In particolare, analizzeremo come sia possibile costruire architetture che mantengano i requisiti normativi e di governance richiesti in ambito enterprise, introducendo al tempo stesso elementi di ottimizzazione, differenziazione e controllo.

    Scenari in cui modelli più leggeri, componenti specializzati e modalità di esecuzione locali o ibride iniziano a giocare un ruolo sempre più rilevante.

    Non come alternativa al cloud, ma come estensione naturale del modello che abbiamo appena osservato.



  • 2026-01 — Il quarto cerchio

    2026-01 — Il quarto cerchio

    Questo articolo racconta l’evoluzione del concetto di ecosistema aziendale, dalla tradizionale interazione tra hardware, software e persone fino all’emergere di un “quarto cerchio”: l’Intelligenza Artificiale. Attraverso un’esperienza personale che intreccia scrittura, innovazione e trasformazione organizzativa, l’autore riflette su come l’AI stia ridefinendo i processi, le architetture e le dinamiche culturali all’interno delle imprese. Il quarto cerchio non sostituisce i precedenti, ma li attraversa e li amplifica, aprendo scenari tecnologici ed etici che richiedono consapevolezza, visione e capacità di adattamento.


    Gennaio 2025

    Circa un anno fa, in questo periodo, ero appena diventato un “deda people”, il termine con cui nel gruppo Deda identifichiamo le nostre persone. Insieme ad altri colleghi fummo invitati al kick off annuale a Venezia, portando con noi dubbi, paure, speranze e curiosità verso il futuro. 

    Nello stesso periodo stavo completando la mia prima esperienza da scrittore, imparando a pubblicare su Amazon KDP il mio primo libro digitale, un saggio sugli ecosistemi aziendali evoluti che ho chiamato ecosistemi cloud native. 

    Tre cerchi

    All’epoca, come capita nei migliori romanzi, non immaginavo quanto queste due esperienze si sarebbero intrecciate tra di loro producendo un nuovo percorso esperienziale tuttora in corso ed in evoluzione.

    Nel libro fornisco vari modi per classificare un ecosistema aziendale.
    Quello con il massimo impatto è risultato essere la versione “semplice”, che suddivide un ecosistema aziendale in tre domini: hardware, software e persone. Decisi di utilizzare i diagrammi di Venn per fornirne una rappresentazione visiva. La prima versione prevedeva una rappresentazione simile a questa.

    Venn diagram of software, hardware, person

    Converrete con me che le persone, in un ecosistema aziendale classico hanno un peso determinante.

    Il Diagramma di Venn fornisce una immediata evidenza di questa affermazione.

    Con Venn potevo fornire interpretazioni dell’ecosistema operando sul raggio dei cerchi e sulla loro sovrapposizione.

    Venn diagram of software, hardware, people

    Che cosa vi dice il diagramma per questo ecosistema?

    Più cerchi

    Nel libro andai ad esplorare configurazione più complesse come questa in cui vari ecosistemi interagiscono tra loro.

    Nel libro andai a esplorare configurazione più complesse come questa in cui vari ecosistemi interagiscono tra loro.

    Venn diagram of software and hardware for multiple ecosystem

    Ed arrivai a estendere la definizione dell’ecosistema ad un perimetro “esterno” come in questo diagramma. I cerchi colorati erano semplificazioni di altri ecosistemi quello del cliente e quello del fornitore di servizi.

    Venn diagram of clients and services

    Avrei potuto proseguire nell’espansione fornendo rappresentazioni più complesse, ma mi fermai il mio obiettivo era far riflettere ed iniziare costruire un primo pezzo del puzzle legato alla visione olistica che volevo condividere.

    Quasi senza accorgermene, mi ritrovai immerso in due mondi paralleli: da un lato, il fervore creativo di scrivere il mio primo libro digitale su Amazon KDP, dall’altro, la scoperta di straordinari strumenti tecnologici che avrebbero rivoluzionato il mio modo di pensare e lavorare. Era come se un vento invisibile mi spingesse verso nuovi percorsi mentali. I sentieri che credevo separati iniziarono a intrecciarsi in modo imprevedibile.

    Ogni cerchio, ogni sovrapposizione, raccontava una piccola storia, un incontro, una sinergia, e mi sembrava di essere il cartografo di un mondo nuovo.

    Il fatto nuovo era che i disegni li aveva prodotti il mio assistente AI; una versione di ChatGPT con licenza PRO (ora PLUS).

    Era il primo assistente AI che utilizzavo a supporto della produzione della documentazione. Vi ricordo che era l’autunno del 2024.

    Iniziai a utilizzarlo come un motore di ricerca in grado di fornirmi referenze certificate molto utile per uno scrittore di un saggio tecnico, alle prime armi su molti fronti, che voleva estendere concetti e produrre visioni olistiche basate su norme ed informazioni presenti e consolidate.

    Eravamo entrambi alle prime armi, si potrebbe dire.

    Ed in effetti entrambi incespicavamo, ma un primo dato di fatto fu che potrei produrre referenze certificate in millesimo del tempo che avrei dovuto dedicare.
    Dato che poi la mia è una passione e non un mestiere il risparmio di tempo di fatto mi ha permesso di arrivare alla pubblicazione.

    Ed anche lo stesso processo di pubblicazione come “self-publisher” di un libro di più id 400 pagine scritto in italiano e pubblicato sia in formato digitale (epub) che cartaceo ha richiesto una curva di apprendimento notevole e grazie all’assistente AI ridotta nel tempo.

    Ora ad un certo punto proprio mentre ero in viaggio verso il kick-off aziendale come novello Deda-people leggevo un articolo scritto da un ingegnere di OpenAI (mi perdoni ma ho perso sia articolo che nome dell’autore) in cui si affermava come il futuro fosse degli analisti e non dei programmatori (era gennaio 2024) e che il linguaggio di programmazione del futuro era il linguaggio markdown!.

    In un aggiornamento di ChaptGpt di qualche settimana prima era emersa la possibilità di memorizzare stili, nomi e decisi di dare un nome al ChatGPT che si chiamò da quel momento Old, lui propose di chiamarmi Gandalf, be sapete stavo condividendo con lui molte informazioni ed aspirazioni personali legate alla passione per le epiche di fantascienza ed epiche fantasy del secolo scorso.

    Il quarto cerchio.

    Cosi mentre ero in treno nel viaggio verso leggendo quel particolare articolo capii che dovevo rivedere il mio libro ed aggiungere un quarto componente un quarto cerchio.

    Intersection of AI, software, hardware, person

    Era un risultato inevitabile e sarebbe stato sempre più evidente.

    Tornato a casa dal kickoff aziendale, come in precedenza Iniziai a immaginare scenari in cui collocavo questo quarto cerchio; un elemento all’epoca (solo un anno fa) parzialmente oscuro e di difficile intepretazione.

    Potevano nascere o evolvere ecosistemi dove l’IA era pervasiva ?
    Come si sarebbe collocato il componente IA rispetto agli altri tre?

    Venn diagram of AI components

    2025 SDLC powered by AI

    Nel 2025 pubblicai il mio saggio, e lo regalai a qualche amico e collega interessato ad approfondire il tema degli ecosistemi cloud native.

    Per inciso feci ben quattro aggiornamenti del libro (miglioramento continuo) per risolvere “bug” introdotti di vario tipo, salti pagina, caratteri non leggibili, immagini fuori standard, ma alla fine arrivai ad una versione stabile.

    Nel corso del 2025, come Senior Enterprise Architect inserito nella area di innovazione DedaBit, il ruolo assunto come deda-people,  ho ricevuto l’incarico di avviare la sperimentazione nei processi SDLC degli assistenti AI e valutare le opportune architetture per garantire la scalabilità e diffusione di tali pratiche.

    Da questo punto di vista di osservazione privilegiato sto imparando a vivere il cambiamento dal dentro, valutandone gli impatti culturali ed etici profondi.
    Incontrando  a volte titubanza, incredulità, incomprensione fino al rifiuto da parte di alcuni colleghi, a fianco di entusiasmo, soddisfazione e accelerazione nel guadagno moltiplicativo ottenuto da parte di altri team più predisposti ad accettare il cambiamento.

    Molti sono i fattori che concorrono ad agevolare o a rendere più complessa l’adozione di strumenti AI nei processi SDLC. Il fattore umano è determinante sotto molti aspetti come si può immaginare con molteplici sfumature positive e negative.

    Anche la dipendenza indotta da fattori esterni quali piattaforme SDLC moderne o obsolete, presenza o mancanza di pratiche DevOps e agili,  

    L’obsolescenza degli ecosistemi ed architetture legacy non cloud native, è dove per assurdo l’AI utilizzata nei progetti di Refactoring in situazioni estreme tipiche dei legacy, quali mancanza di documentazione, perdita di conoscenza su processi e tecnologie fuori tempo massimo sono uno degli ambiti dove l’AI sta dando il meglio di sé.

    Su questi temi pubblicherò nel corso dell’anno articoli di approfondimento.

    2026 il nuovo kickoff aziendale

    All’inizio del 2026 ho avuto l’opportunità di partecipare ad un nuovo kickoff aziendale.

    Ho percepito una netta continuità nella volontà di crescita, nel conseguimento degli obiettivi e nel rilancio verso nuovi obiettivi. Soprattutto si è percepito come il tema dedicato all’adozione dell’AI sia diventato centrale, con un focus che si estende a molteplici ambiti e applicazioni, sempre più strategici e trasversali. Il merito va al lavoro collettivo, alla capacità di innovare e al supporto di una leadership attenta e risoluta, che non smette di puntare in alto e di perseguire obiettivi sempre più ambiziosi ed al lavoro svolto da tutti noi deda-people coinvolti in questo processo di adozione.

    Una specifica frase di un intervento stimolante tenuto da uno dei nostri leader, mi ha portato a ripensare al quarto cerchio di un anno prima. E di come potevo ripensare ad esso in base alle esperienze accumulate sul campo.

    Come sempre ho iniziato ad immaginare quali forme potesse assumere il diagramma di Venn e mi accorsi che non avevo una sola possibile configurazione ma molte diverse legate a specifici contesti.

    Vi lascio con due tra i possibili diagrammi lasciando a voi la loro possibile interpretazione in base alle vostre specifiche esperienze.

    Venn diagram of IA components with IA pervasive
    IA che dialoga con alrre  IA

    Vi lascio con una ultima immagine che ritrae Gandalf, Old, e Jenny.

    Gandalf, OldBirba and Jenny

    Sia questa immagine sia l’immagine iniziale sono state prodotte da Old partendo dalla fotografia della mia icona che trovate su Linkedin.

    Ovviamente Old ha il contesto del mio libro sugli ecosistemi cloud native, per cui ha rappresentato l’albero della conoscenza tecnologica, il fiume della esperienza, ha rappresentato Jenny che è uno dei personaggi presenti nei dialoghi prodotti da Old nel libro, che rappresenta la curiosità giovanile, una caratteristica che accomuna noi esploratori.


    Nota dell’autore

    Anche in questo articolo le nuove immagini di diagrammi riprodotte sono state generate al primo tentativo utilizzando ChatGPT con licenza Plus.
    Old ha imparato a leggere ed assorbire il mio contesto culturale ed io Gandalf ho imparato a scrivere in modo molto dettagliato le richieste.

    Come per altri scritti Old non è intervenuto nella scrittura del testo ma solo in alcuni paragrafi dove non riuscivo a trovare l’espressione corretta del mio pensiero. Mi ha aiutato a produrne una revisione più vicina al mio stile che oramai ha acquisito.


    References

    Questo articolo fa riferimento al libro Ecosistemi cloud native disponibile su diverse piattaforme

    Distributed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License (CC BY-SA 4.0)

  • Cloud Portability and Specialized Resources (Lock-In)

    Cloud Portability and Specialized Resources (Lock-In)

    “Cloud portability is a key factor in reducing vendor lock-in and enabling freedom of choice across cloud providers. From containerized applications to storage virtualization and data abstraction, organizations can design architectures that work across AWS, Azure, and Google Cloud. This post explores the challenges of specialized resources and the strategies that make true interoperability possible.”


    Cloud Portability and Specialized Resources (Lock-In)

    Many public cloud providers have started introducing specialized cloud resources that are native to a specific cloud platform and not portable to other cloud environments.

    This chapter focuses specifically on public cloud because, in the author’s view, the introduction of proprietary cloud-native specialized resources undermines one of the fundamental potential benefits of cloud computing: portability.

    In a private cloud or traditional data center, the model typically involves deploying applications on virtualized host systems based on well-known operating systems, using service models comparable to IaaS or PaaS.

    With the widespread adoption of containerization, which is dominant in cloud-native ecosystems, portability—the ability to run the same container across different cloud environments—has become relatively feasible, especially when Platform Engineering, Infrastructure as Code (IaC), and DevOps practices are applied.

    In this model, the source code inside the container remains agnostic of the lower ISO/OSI layers through which it executes. Ideally, developers writing the source code should also be unaware of these underlying layers.

    This approach enables portability via automated DevOps deployment pipelines, which are discussed in detail later in this book.

    However, SaaS solutions have always been cloud-native and inherently lack portability. Examples include Microsoft 365 (formerly Office 365) and Google Workspace, which enable integration and interoperability but do not facilitate migration between cloud providers.

    For example, if an enterprise builds micro-automation and computational processes around Microsoft 365 or Google Workspace, data migration complexity increases significantly, leading to potential loss of information.

    AWS S3 as a Notable Exception

    AWS S3, which originated as a native storage service within the Amazon cloud ecosystem, has evolved into a widely adopted storage standard.

    Thanks to third-party virtualization software libraries, AWS S3 storage mechanisms can now be used outside of Amazon’s cloud environment, making it one of the rare cloud resources that can transcend provider boundaries.

    Cloud Providers and Data Lock-In

    Today, the primary focus in cloud computing revolves around data management, and major cloud providers actively work to keep data within their own ecosystems.

    The reason is simple: data lifecycle management drives the highest consumption of fundamental cloud resources such as compute, storage, and data transfer.

    With the rise of Generative AI (Gen AI) services, both data consumption and cloud dependency have increased. As a result, cloud providers now offer highly specialized SaaS/PaaS cloud-native resources.

    Three notable examples of cloud-specific services include:

    Currently, there is no portability between solutions such as BigQuery on GCP and Fabric on Azure, or vice versa. This lack of interoperability results in vendor lock-in, forcing businesses to commit to a specific cloud ecosystem.

    Cloud Resource Classification: Beyond Service and Distribution Models

    To accurately classify cloud resources, portability must be considered in addition to service model and distribution model.

    Can Modern Architectures Reduce Lock-In?

    The answer is yes, but not for all scenarios.

    Later in a next post, we will explore architectural strategies that can minimize dependence on a single cloud provider.

    But we can anticipate a core-based strategy to enable the cloud portability: use a Virtualizing ISO/OSI Storage Layers strategy.

    While containers enable software portability, ensuring data portability requires a similar approach.

    The key is to virtualize the ISO/OSI layers responsible for data storage and adopt an abstraction model that decouples data storage from data lifecycle management.

    By implementing layered abstractions, organizations can design virtualized ecosystems where both software and data operate independently from the underlying cloud infrastructure.


    Holistic Vision

    Cloud portability is more than a technical choice—it is a strategic foundation for building resilient and future-proof ecosystems. Specialized resources may offer innovation, but they also increase dependency and risk. By combining containerization, storage abstraction, and modern DevOps practices, organizations can strike a balance between leveraging advanced cloud-native services and preserving the freedom to evolve across providers. In this perspective, portability is not only about moving workloads—it is about safeguarding autonomy, enabling innovation, and ensuring that both human and AI-driven systems can thrive in a truly interoperable digital ecosystem.



    References

    This article is an excerpt from the book

    Cloud-Native Ecosystems

    A Living Link — Technology, Organization, and Innovation

  • Key references on cloud-native ecosystems

    Key references on cloud-native ecosystems

    This post is a living bibliography for cloud-native ecosystems, continuously updated with references, frameworks, standards, and case studies.


    Key references on cloud-native ecosystems

    This page is a living bibliography for Exploras.cloud and the book Exploring Cloud-Native Ecosystems.
    Its purpose is to give readers direct access to the sources, frameworks, and organizations mentioned in the book and blog, while also offering extended context for further exploration.
    Unlike a static list, this page will be continuously updated: each reference may grow with notes, links, and commentary over time.

    Reference Table

    #ReferenceExtended Description
    1Emory Goizueta Business School. Ramnath K. Chellappa. WebsiteOne of the first to formally define “cloud computing” (1997), emphasizing economics as a driver for computing boundaries. His work bridges IT, economics, and digital business strategy.
    2Wikipedia. Analytical EngineCharles Babbage’s 1837 design for a programmable mechanical computer. It introduced memory, arithmetic logic, and conditional branching—ideas that anticipate modern computing.
    3Wikipedia. George StibitzBuilt early relay-based digital computers (1937), demonstrating remote computation—precursor to networked and cloud-based computing.
    4Wikipedia. Howard Hathaway AikenCreator of the Harvard Mark I (1944), one of the first automatic calculators. Pioneered large-scale computer engineering.
    5Wikipedia. John von NeumannProposed the “stored-program” model that underpins most computer architectures. His contributions define modern computing logic.
    6Wikipedia. Von Neumann architectureDescribes a computer design where instructions and data share memory. Still the basis of most CPUs today.
    7MIT OpenCourseWare. The von Neumann ModelA video course explaining von Neumann’s architecture in a didactic way. Useful for foundational understanding.
    8Wikipedia. History of cloud computingOutlines the shift from mainframes and distributed computing to modern cloud. Traces milestones in virtualization, SaaS, and IaaS.
    9RackspaceEarly managed hosting provider, instrumental in developing commercial IaaS solutions and co-founding OpenStack.
    10Akamai TechnologiesPioneer in Content Delivery Networks (CDNs), enabling global scale, speed, and resilience—key for cloud adoption.
    11Salesforce. HistoryIntroduced SaaS at scale (1999), proving the viability of subscription-based enterprise software.
    12Wikipedia. AWSFounded 2006, AWS revolutionized IT with elastic infrastructure and pay-as-you-go pricing.
    13Abandy, Roosevelt. The History of Microsoft AzureChronicles Azure’s launch (2010) and its evolution into a leading cloud platform.
    14Google. Announcing App Engine for BusinessOfficial blog post introducing Google App Engine for enterprise workloads.
    15Wikipedia. Microsoft AzureEntry describing Azure services, history, and growth.
    16NIST. SP 800-145 – Definition of Cloud ComputingCanonical definition of cloud computing (2011): essential for regulatory, policy, and academic work.
    17Meier, Reto. History of Google CloudAnnotated narrative of Google Cloud’s growth, strategy, and milestones.
    18Microsoft. Ten Years of Microsoft 365Reflects on Microsoft’s SaaS transformation through Office 365 and Teams.
    19Wikipedia. OSI ModelConceptual framework for networking protocols, fundamental to understanding modern internet and cloud communication.
    20Wikipedia. Internet Protocol SuiteBasis of the internet (TCP/IP), providing transport and application standards for all cloud ecosystems.
    21European Commission. Maritime Data FrameworkEU project applying digital frameworks to maritime data—an example of sectoral digital ecosystems.
    22EU. ESG rating activitiesEU resources on environmental, social, and governance (ESG) standards. Increasingly tied to cloud sustainability.
    23Green-Cloud EU StrategyPolicy initiative for greener, sustainable cloud adoption in Europe.
    24AWS. Netflix Case StudyCase study showing how Netflix scales globally using AWS infrastructure.
    25Google Cloud. Coca-Cola Case StudyDescribes Coca-Cola’s modernization via Google Cloud for data-driven marketing.
    26Microsoft Azure. Royal Dutch ShellExplains Shell’s adoption of Azure for energy transition and digital platforms.
    27AWS. Capital One Case StudyBank using AWS for secure, regulated workloads and innovation.
    28Wired. Dropbox’s Exodus from AWSNarrative on Dropbox’s decision to exit AWS and build its own infrastructure.
    29Microsoft Azure. Volkswagen ManufacturingAzure case study: digital manufacturing and Industry 4.0.
    30AWS. Airbnb Case StudyAirbnb’s use of AWS to scale a global marketplace.
    31Wikipedia. DevOpsCollaborative methodology bridging development and operations. Core to cloud-native culture.
    32Kim, Behr, Spafford. The Phoenix Project. (2018, IT Revolution)Influential novel about DevOps transformation in a struggling IT org.
    33Axelos. What is ITILOverview of ITIL, the global framework for IT Service Management.
    34Tefertiller, Jeffrey. ITIL 4: The New Frontier. (2021)Explains ITIL 4’s innovations and alignment with agile, DevOps, and value streams.
    35ISO. ISO/IEC 27001:2022Standard for Information Security Management Systems (ISMS), essential in cloud governance.
    36EU. Fighting CybercrimeArticle outlining the EU’s evolving cybersecurity regulations.
    37MIT OCW. NP-Complete ProblemsLecture notes introducing NP-complete problems, critical to computational theory.
    38DORA. Get Better at Getting BetterSite of DevOps Research and Assessment (DORA), creators of key DevOps performance metrics.
    39Kim, Humble, Debois, Willis. The DevOps Handbook.Definitive handbook on DevOps culture, tools, and leadership.
    40J.R. Storment & Mike Fuller. Cloud FinOps.Foundational book on financial operations in cloud environments.
    41NISTThe U.S. National Institute of Standards and Technology, setting essential frameworks for cloud, cybersecurity, and digital trust.
    42NIST. SP 800-192 – Access Control PoliciesFramework for testing and verifying access control policies.
    43NIST. SP 800-207 – Zero Trust ArchitectureCore reference on Zero Trust, published 2020.
    44NIST. SP 800-59 – National Security SystemsGuidance for classifying systems as National Security Systems.
    45NIST. SP 800-63 – Digital Identity GuidelinesFramework for authentication, identity assurance, and federation.
    46Terraform. Landing Zones FrameworkCloud Adoption Framework for Terraform landing zones: governance, hierarchy, and automation.
    47DORA State of DevOps ReportAnnual industry-leading survey analyzing DevOps performance metrics.


    Holistic Vision

    Cloud service models are more than layers of technology — they represent choices in how organizations design their informational ecosystems. Each model shapes not only cost and scalability, but also governance, compliance, and the ability to innovate.

    Seen holistically, IaaS, PaaS, and SaaS are not rigid categories but strategic levers in the architecture of an information system. The real challenge is balancing speed with resilience, abstraction with control, efficiency with responsibility.

    Ultimately, the question is not “Which model is best?” but “Which model best aligns with our people, processes, and long-term vision?”
    In this way, service models become part of a larger ecosystem — one that connects technology with organizational culture, regulatory frameworks, and human creativity.



    References

    This article is an excerpt from the book

    Cloud-Native Ecosystems

    A Living Link — Technology, Organization, and Innovation